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"Una scelta criminale l’inchino al Giglio"

Le motivazioni della condanna: Schettino sopravvalutò le proprie capacità

Aveva capito tutto Francesco Schettino. Aveva capito che stava andando verso gli scogli delle Scole al Giglio e aveva capito persino che quell’impatto sarebbe stato devastante e che avrebbe portato la Costa Concordia ad affondare. Troppo orgoglioso, troppo sicuro di sè al punto da sfidare la sorte. Ma quell’inchino, fu una scelta criminale. Lo sapevamo da tempo, oggi è tutto nero su bianco dal momento che il Tribunale di Grosseto ha reso note le motivazioni che hanno portato alla condanna dell’ex comandante delle più grande nave della marineria italiana. Le pagine in totale sono 553, scritte da Giovanni Puliatti, Marco Mezzaluna e Sergio Compagnucci che hanno condannato il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino a 16 anni di carcere. Pagine in cui si ripercorre il lungo calvario che ha portato al naufragio della Costa Concordia. Francesco Schettino è stato definito «superficiale e supponente», perché sopravvalutò le sue capacità. Il fascino della divisa, del comandante bello e profumato vestito di bianco che deve compiacere alle persone che aveva portato con sè sulla plancia di comando. Quella nave, ripetiamo, la più grande della marineria italiana, mai e poi mai avrebbe dovuto passare per quella rotta e soprattutto ad una velocità troppo elevata. Quello scritto dai giudici, non è più una ipotesi, ma la certezza di quanto accaduto la notte del 13 gennaio del 2012 quando Schettino portò alla morte 32 persone. I giudici non gli hanno e non gli potevano perdonare nulla. L’ex comandante ha innescato una serie di menzogne a catena, dai colloqui troppi fumosi con la Capitaneria di Porto di Livorno, all’abbandono della nave, dalla quale scese per paura e con la convinzione di non salire più a bordo, lasciando i passeggeri (in totale erano 4229) in balia del proprio destino. E 32 non ce la fecero, mentre Schettino continuava a fuggire, a mentire, sapendo che chi aveva lasciato a bordo non ce l’avrebbe fatta e sarebbe andato incontro a morte sicura. Le motivazioni della sentenza sono chiare: «Schettino sapeva degli scoglima era sicuro di poter condurre l’azzardata manovra grazie alla sua abilità. È stato lui - continuano i giudici - a voler portare di notte e a quella velocità, la nave sotto costa, improvvisando». I giudici sono altresì certi che quell’inchino, che la Costa non avrebbe mai autorizzato, non era per omaggiare l’ex comandante Palombo o per un piacere al maitre Tievoli, ma «per far provare brividi agli ospiti che aveva voluto portare in plancia di comando». Voleva stupire Schettino, in particolare la signorina Domnioca Cermortan con la quale aveva cenato in privato. «I 32 decessi non si nsarebbero verificati se Schettino avesse gestito l’emergenza con perizia e diligenza». Invece è scappato raccontando al comandante di Livorno De Falco un film che ormai era impresso nella sua mente che aveva rimosso l’urto, lo squarcio, l’inclinazione della nave. Abbandonò tutti a un destino crudele, raccontanto ovunque bugie e menzogne. Mettersi in salvo infrangendo il connotato che dovrebbe contraddistinguera un comandante che avrebbe dovuto essere l’ultimo ad abbandonare la nave. Fu invece tra i primi ed ebbe anche il tempo di cambiarsi gli abiti, con una lucidità che rasenta la follia. Non fece niente per salvare la nave, non fece niente per salvare gli ospiti di bordo. Pensò solo a se stesso. Prima a farsi bello poi a salvare la pelle, senza pensare che chi lasciava alle spalle, non sarebbe più tornato a casa.

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