È durata due ore e tre minuti la prima udienza del processo contro il carpentiere Massimo Giuseppe Bossetti, accusato di aver seviziato ed ucciso la tredicenne Yara Gambirasio in un cupo pomeriggio di cinque anni fa, il 26 novembre 2010. Il Tribunale di Bergamo, fin dalle sei del mattino, è stato assediato dai giornalisti (in numero inferiore rispetto alle previsioni): uno sciame di agenti ha blindato la struttura e nugoli di curiosi hanno dato un'occhiata sperando di veder comparire uno dei protagonisti del giallo di Brembate. Niente da fare, per tutti. Bossetti, 45 anni, è arrivato alle 8.48 a bordo di un furgone penitenziario provvisto di vetri oscurati, raggiungendo l'interno del Tribunale attraverso un ingresso laterale. Come al solito vestito di azzurro e attento al suo aspetto fisico. Abbronzato, i capelli biondi ingelatinati, una polo celeste ed i jeans, scarpe bianche e sguardo sfingeo, impossibile da penetrare, Bossetti è stato fatto entrare nel gabbiotto di vetro che è il solforoso palco dal quale assistono ai processi gli imputati. Non erano presenti i genitori di Yara Gambirasio. Non c'erano neanche la fascinosa moglie dell'imputato Marita Comi e la madre di lui, Ester Arzuffi, in quanto testi destinati a deporre le loro verità. Non ci aspettava granché da questa prima udienza, che ospita la richiesta di eccezioni e sbriga la burocrazia giudiziaria prima di entrare nel vivo del processo. Tuttavia nel noioso mosaico narrativo di questa prima giornata si è registrata la richiesta di nullità dell'esame del dna cui è stato sottoposto il 15 giugno dello scorso anno (attraverso un escamotage) Massimo Bossetti, che fu fermato dai carabinieri e sottoposto ad alcol test. Enzo Salvagni e Paolo Camporini, agguerriti legali dell'imputato, hanno sostenuto che il test è stato effettuato senza fornire a colui che era già a sua insaputa un indagato, le legittime garanzie difensive. Quel test dunque non avrebbe validità giuridica. La Corte, in proposito, si è riservata di decidere se accogliere la richiesta degli avvocati. Altro inciampo, di natura strettamente formale, il capo di imputazione che fa riferimento a due luoghi: Brembate, il paese della bergamasca in cui viveva ed è stata rapita Yara, e Chignolo d'Isola, dove invece è stata lasciata morire. Nel corso dell'udienza, alla quale il carpentiere ha assistito dando le spalle al pubblico in aula, muovendo nervosamente un piede e solo un paio di volte girandosi a guardare verso la piccola folla, legali e pubblico ministero hanno discusso della richiesta, avanzata da Bossetti, di permettere alle telecamere di assistere al dibattimento. L'operaio di Mapello, abile nell'auto-difesa, ha insistito su questo punto. Letizia Ruggieri, che in aula sostiene l'accusa, si è detta contraria alla presenza dei cameramen perché «nella vicenda sono coinvolti minori che vanno tutelati». Alle 11.25 il termine dell'udienza, aggiornata alle 10.30 del 17 luglio. In quella occasione sarà presa la decisione definitiva sulla presenza delle telecamere in aula e i giudici dovranno scegliere quali testi ammettere. 711 sono le persone chiamate a deporre dalla difesa (che conta sulla collaborazione di dodici periti), 120 quelle dell'accusa.
I legali di Bossetti: «Esame del dna nullo»
Secondo i difensori il prelievo fu effettuato con uno stratagemma all’insaputa dell’indagato
