Non sarà un processo facile, come ci si aspettava che fosse. La Corte di Assise di Bergamo sarà chiamata, a partire da oggi, a decidere il futuro di quel carpentiere dagli occhi chiari e torbidi, Massimo Bossetti, su cui pende un'accusa pesante. Quella di aver seviziato ed ucciso, la sera del 26 novembre 2010, in un campo incolto di Chignolo d'Isola, la ginnasta tredicenne Yara Gambirasio. Processo mediatico, processo che prende forma attraverso i numeri. Diciottomila dna analizzati per arrivare all'identità del presunto assassino, cinque anni di inchiesta, 711 testi convocati dall'avvocato Enzo Salvagni che tutela Bossetti, 120 quelli chiamati dal pm Letizia Ruggieri alla quale si deve la sofisticata inchiesta che ha portato gli inquirenti all'insospettabile operaio. Ancora numeri. Saranno due i giudici togati e sei quelli popolari che dovranno giudicare Bossetti: presidente della Corte una donna, Antonella Bertoja, che ha risposto alla richiesta dell'imputato di avere le telecamere in aula con poche, secche, parole. «Non credo che esista un interesse sociale alla conoscenza del dibattimento» ha fatto sapere il magistrato, ma la richiesta sarà rivolta nuovamente in sede di prima udienza e non è escluso che possa essere accolta. Favorevole naturalmente il clan Bossetti, con l'imputato in testa, che vuole difendersi davanti all'Italia intera (e con le parole ci sa fare). Contraria la parte lesa, i coniugi Gambirasio, che hanno scelto di mantenere un «low profile» fin dal ritrovamento del corpo della figlia, il 16 febbraio 2011, a dieci chilometri da casa. Morta di freddo, dopo essere stata ferita sedici volte con un paio di coltelli. L'assassino è poi scappato, lasciando una traccia di sangue, repertata sugli slip della ragazzina. Gli elementi probatori contro il muratore sembrano essere di quelli che lasciano poco spazio alle repliche. Il dna sugli slip di Yara (scomparsa all'uscita dalla palestra), è il suo. E ancora: le telecamere di Brembate di Sopra, in quel nebbioso tardo pomeriggio di novembre, collocano il furgone Fiat Iveco di Bossetti intorno alla palestra in cui si trova Yara. Sui leggins dell’adolescente saranno trovate fibre compatibili con quelle dei sedili del veicolo. Anche le celle telefoniche confortano gli investigatori, perché da esse risulta che il carpentiere padre di tre figli era in quella zona, al momento del rapimento. La difesa naturalmente è pronta a calare i suoi assi: dodici, per l'esattezza. Sono i consulenti che gratuitamente hanno scelto di dimostrare l'innocenza di Massimo Bossetti. «Non hanno voluto lavorare per avere una visibilità mediatica - ha assicurato il legale Salvagni - l'hanno fatto perché credono in lui». Crede in lui la moglie Marita Comi, che ha affrontato il comprensibile stress di questi giorni facendo qualche nuotata in piscina. Crede in lui la madre Ester Arzuffi che giura sull'innocenza del figlio così come giura che lui non sia il frutto di una sua vecchia relazione extraconiugale, nonostante lo confermi l’esame del dna ripetuto in quattro istituti universatari. Siamo all'inizio di un processo che sarà anche uno show e contestualmente un duello sanguinoso: i posti a sedere intanto, nell'aula del Tribunale, sono stati aumentati, da 49 a 70. Le udienze saranno seguite anche dalla stampa estera.
Yara, inizia il processo «mediatico»
Bossetti, l’operaio accusato di omicidio, chiede le telecamere in aula Vuole difendersi pubblicamente ma le parti civili sono contrarie
