Visibilmente smagrito, chiuso in un silenzio rancoroso, ha evitato di salutare i suoceri, che non vedeva dal giorno prima del suo arresto. Michele Buoninconti è arrivato ieri mattina a bordo di un'Alfa 156, scortato da agenti in borghese, al Tribunale di Asti, dove iniziava il processo (a porte chiuse) che lo vede sul banco degli imputati con l'accusa di avere ucciso la moglie Elena Ceste e di averne nascosto il corpo in un fosso, ad ottocento metri dalla villetta in cui vivevano, a Costigliole d'Asti. Clima teso, fuori e dentro le aule del Tribunale. I genitori di Elena Ceste ingobbiti da uno stupore doloroso, uno sciame di giornalisti e cameramen e gli avvocati di entrambe le parti votati al self control, nonostante l'evidente nervosismo. La difesa del vigile del fuoco quarantacinquenne, arrestato lo scorso 29 gennaio, ha incassato un primo punto a suo favore. Ha chiesto ed ottenuto che il processo con rito abbreviato si trasformi in un abbreviato «condizionato», che insomma possa accogliere la perizia sui tabulati relativi all'utenza telefonica di Buoninconti compiuta dai tecnici incaricati dagli avvocati dell'imputato successivamente al rinvio a giudizio. Di più: il giudice ha deciso di consentire un confronto fra consulenti geologi, sul terriccio trovato sulle calze di Elena Ceste. Quel terriccio, secondo l'accusa, sostenuta in aula dal pm Laura Deodato, sarebbe compatibile con il fango del Rio Mersa, quel fosso dei misteri nel quale è stato trovato, il diciotto ottobre dello scorso anno, il cadavere decomposto di Elena Ceste. Massimo Tortoriglio e Chiara Girola, che difendono Buoninconti, sono di parere opposto. Dunque la prima battaglia, in un processo che non doveva mostrare inciampi, verterà il 22 luglio prossimo sui cardini dell'impianto probatorio acquisito contro il marito presumibilmente geloso: i tabulati del suo cellulare, che lo vorrebbero a ridosso del Rio Mersa intorno alle nove del mattino, ora della morte, e quel terriccio rinvenuto sulle calze, che però si trovavano nel giardino di casa Buoninconti e quindi non avrebbero dovuto contenere tracce di fango. Contestualmente, il magistrato ha accolto la costituzione di parte civile per i genitori di Elena Ceste (per il padre anche come tutore dei quattro figli della coppia), per la sorella, il cognato e l'Associazione Penelope, che è impegnata in un'azione di solidarietà nei confronti delle famiglie degli scomparsi. Il teorema accusatorio contro Michele Buoninconti, anima dicotomica che passa dall'ira urlata ai quattro venti al silenzio più ostinato, verte su un movente di tipo punitivo. Michele Buoninconti, patriarca e marito-padrone, avrebbe architettato un complicato e tuttavia difettoso piano per eliminare la moglie trentasettenne, colpevole ai suoi occhi di aver intrattenuto amicizie maschili al di là del matrimonio, attraverso Internet. L'avrebbe uccisa il 24 gennaio 2014, dopo aver accompagnato i figli a scuola, strangolandola e buttandola nuda nel Rio Mersa, certo che di lei non sarebbe rimasto niente. Dopodiché avrebbe depistato le indagini con un atteggiamento astuto. Lui continua a dichiararsi innocente, sebbene al momento non esistano elementi che supportino ipotesi alternative.
Delitto Ceste, processo ad alta tensione
In aula ad Asti l’imputato Michele Buoninconti evita lo sguardo dei suoceri I difensori hanno ottenuto l’acquisizione della perizia sui tabulati telefonici
