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Muratore massacrato col martello 24 anni dopo arrestato il cognato

Il caso di Francesco della Volpe

In America li chiamano cold case. Sono quelle inchieste «fredde» finite negli archivi al termine di indagini che non hanno portato a risultati concreti. Il delitto di Francesco Della Volpe, muratore di 45 anni, massacrato a martellate e buttato in un fosso nei pressi di Cecina, il trenta luglio 1991, era uno di quelli, un «cold case» appunto. Ieri mattina, a distanza di ventiquattro anni dal delitto, è stato arrestato il cognato della vittima, Ernesto Fiumicello, 60 anni, in esecuzione di un'ordinanza cautelare emessa dal giudice Antonio Del Forno su richiesta del sostituto procuratore Fiorenza Marrara. Ad incastrare Fiumicello il dna estratto dalle tracce biologiche rinvenute su un cappellino da muratore e su un guanto di plastica da cucina (uno dei tre sequestrati dai carabinieri) rinvenuti all'epoca dell'omicidio nel luogo del ritrovamento del cadavere. I profili genetici estratti in verità sono due e appartengono uno a Fiumicello, l'altro ad «ignoto due», con tutta probabilità il complice dell'assassino a cui manca a questo punto solo il nome. Resta indagata per il momento come «mandante morale» la moglie della vittima, Carmela Granata, cinquantasette anni, madre di due figli avuti da Della Volpe. L'inchiesta, dopo un'archiviazione motivata dall'assenza di prove contro i sospettati, era stata riaperta tre anni fa con la certezza di poter dare un nome agli assassini del muratore grazie ai progressi dell'investgazione scientifica. Così è stato. A trovare il corpo di Francesco Della Volpe, il cranio massacrato a colpi di martello, furono due carabinieri, in un afoso pomeriggio del primo luglio di ventiquattro anni fa, nel 1991. I militari si fermarono dopo aver notato una Golf verde scuro parcheggiata in un piazzale, con le chiavi ancora nel cruscotto. Quella macchina apparteneva al muratore, di cui non si avevano tracce dal giorno precedente. Poco lontano il cadavere adagiato in un fosso, lungo un vialetto che dalla provinciale per Montescudaio, a pochi chilometri da Cecina, s'immette nei campi coltivati ad orzo, in località Casagiustri. Aggredito e poi buttato come uno straccio vecchio, in quella piccola conca incupita dai rovi. I militari dell'Arma non ebbero dubbi: si era trattato di un'esecuzione ed era avvenuta presumibilmente la notte precedente. Emersero due piste interessanti: una portava dritta dritta ai debiti che l'uomo, muratore in una piccola azienda edile della zona, aveva contratto con diverse persone. L'altra, più corposa, al disastroso matrimonio della vittima con Carmela Granata, più giovane di undici anni, sottoposta (a suo dire) a continue violenze da parte del marito dal quale aveva avuto due figli a quei tempi adolescenti. La Granata più volte aveva denunciato il marito per poi, proprio nel 1991, decidere di separarsi. Lui era troppo geloso. Lei, conclusero gli investigatori, aveva chiesto a Fiumicello, marito di sua sorella, di dargli una lezione. L'ipotesi reggeva, ma a quei tempi l'esame del dna non era ancora uno strumento utilizzato per identificare gli assassini. Dunque l'inchiesta fu archiviata, nonostante i sospetti e le voci che, nella zona, circolavano con insistenza. Fra l'ucciso ed Ernesto Fiumicello i rapporti non erano mai stati buoni, tanto è vero che proprio Fiumicello fu l'unico familiare a rifiutarsi di partecipare al funerale del cognato. Tre anni fa, la riapertura del caso grazie ad un cappellino da muratore e ad uno dei tre guanti trovati in quel fosso insieme al cadavere. I colleghi di Della Volpe negarono che l'operaio li utilizzasse. Essendo stati trovati accanto al corpo, dovevano essere dunque serviti all'assassino. Un anno fa, Fiumicello venne indagato insieme alla vedova di Della Volpe. I risultati del Ris di Roma hanno confortato le speranze degli inquirenti. Alcuni capelli e tracce biologiche trovati nel cappellino da muratore e in un guanto hanno portato alla scoperta di tre profili genetici. Uno appartiene alla vittima, un secondo ad «ignoto uno», poi identificato come Ernesto Fiumicello ed un terzo ad «ignoto due», la persona che materialmente ha collaborato alla realizzazione del piano criminale. Nei confronti della vittima sarebbe stata organizzata una trappola casereccia ma funzionale: fatto arrivare con una scusa nel luogo in cui poi è stato ucciso, il muratore sarebbe stato aggredito con un bastone. Lui avrebbe cercato di difendersi utilizzando un martello che custodiva in auto ma quello stesso martello sarebbe stata l’arma con la quale gli assassini gli hanno fracassato il cranio. Un piano perfetto? Non proprio, dal momento che gli autori dell'omicidio hanno lasciato tracce biologiche corpose in quel fosso, ultima dimora della loro vittima. Resta da identificare il complice di Fiumicello. Il dna non apparterrebbe a Carmela Granata. A chi, allora? L'inchiesta va avanti, «ignoto due» (fanno capire gli investigatori) ha i giorni contati.

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