L’impressione che si ha, di fronte alcune iniziative di Papa Francesco, è che egli voglia sia contribuire a chiudere i conti rimasti aperti nella storia, sia chiudere quelli che la Chiesa cattolica stessa ha in sospeso con la storia. Nel primo obiettivo va senz’altro collocato il suo contributo al disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti. Nel secondo, invece, va compresa la richiesta di perdono ai Valdesi. Il Papa l’ha formulata ieri, nel corso della sua visita al tempio di Torino. «Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono», ha detto Bergoglio «per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci». Il ricongiungimento sotto il valore della fratellanza in Cristo è stato il filo conduttore dell’incontro con la comunità valdese, segnato, oltre che dalle parole del Pontefice, dalla formula utilizzata dal Pastore Eugenio Bernardini, Coordinatore della Tavola Valdese, nell’accogliere Bergoglio: «Caro fratello in Cristo», lo ha chiamato. Per poi osservare che i gesti del Papa, sia del perdono, sia dell’ingresso nel tempio, hanno abbattuto un muro alzatosi oltre otto secoli fa, quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla chiesa romana. Rimangono, comunque, alcune questioni aperte, come il riconoscimento dello «status» di chiesa alle comunità evangeliche. Il Concilio Vaticano II le definisce «comunità ecclesiali». «Non abbiamo mai capito cosa significhi questa espressione – ha affermato Bernardini- una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa?». Altro punto aperto è la cosiddetta «ospitalità eucaristica», cioè la possibilità per valdesi e cattolici di poter ricevere il sacramento della comunione gli uni nelle liturgie degli altri. Bernardini, in proposito, ha spiegato che «tra le cose che abbiamo in comune ci sono le parole di Gesù all’ultima cena. Certo, abbiamo interpretazioni diverse di quel che significano, ma, ma ciò che abbiamo in comune sono le parole di Gesù, non le nostre interpretazioni». Alle origini del culto valdese, infatti, vi è il non riconoscimento della «transustanziazione», cioè la conversione «sostanziale» del corpo di Cristo nell’Eucarestia. Queste, però, sono questioni dottrinali piuttosto specifiche, che si associano alle ben note divergenze culturali, sui gay, sull’aborto, sul Crocifisso (che i valdesi non vogliono nei luoghi pubblici). Quel che marca di più la giornata di ieri è il significato storico e attuale del gesto di Papa Francesco. Che interviene nella «memoria» della comunità valdese attraversata da un filo rosso, purtroppo rosso sangue. «Non sarà sufficiente remedio a pigliarne 10 o vinti, ma in tutto bisognerà brusarli». Così, nel 1559, scriveva l’inquisitore Giulio Pavesi sui valdesi presenti in Calabria. Indicazione presa alla lettera, visto che, a seguito della sua indagine, ne furono uccisi circa 2000 valdesi. Erano definiti «marci heretici». Il culto nacque così. Un bel giorno, Pietro Valdo, ricco mercante del XII Secolo originario di Lione, credette di aver ricevuto, dalle note di un menestrello, un messaggio celeste. Consultò dunque un teologo che gli attribuì il significato del «lascia tutto, vieni e seguimi». Dunque si spogliò delle sue ricchezze, e cominciò a predicare fra i più poveri. Il punto di contrasto con la Chiesa, però, fu la professione della libertà nell’interpretazione delle Scritture, e l’idea di un «sacerdozio universale» che anche i laici, avrebbero potuto abbracciare osservando una meritoria condotta di vita. Fondata su povertà, astensione al lavoro, continenza come aspirazione alla perfezione ed elemosina. Nonostante la vicenda di Pietro Valdo e l’osservanza della povertà richiamassero molto la narrazione umana e spirituale di Francesco d’Assisi, il punto di distanza sta proprio nella pretesa che anche i laici potessero predicare, interpretando le scritture. E questo, assieme agli altri rifiuti di principi rituali e dogmatici propri della Chiesa di Roma, costò ai valdesi la condanna nel Sinodo di Verona del 1184. E secoli di persecuzione (ferocissima quella promossa dal Papa Innocenzo III), che terminarono, di fatto, con l’emancipazione permessa dal riconoscimento con l’editto del re Carlo Alberto del 1848. Che evolse nel novero dei culti ammessi dal fascismo e poi nella convenzioni nella Repubblica. Papa Francesco, quindi, ieri ha dato il sommo compimento ad un sofferto percorso storico. In questo, par di cogliere un importante segno di coerenza con la vicenda attuale, che vede circa 150 milioni di cristiani perseguitati in tutto il mondo. Il Papa si è posto come alfiere di un richiamo globale contro l’odio e, soprattutto, contro l’indifferenza. La richiesta di perdono ai Valdesi, come prima ancora, nel 2014, quella ai pentecostali; il riconoscimento del genocidio degli armeni sfidando le pelose omertà internazionali, sono gesti importanti di rifiuto dell’intolleranza. Per chiamare a raccolta contro la violenza religiosa bisogna prima stare in pari al proprio interno. E lui lo sta facendo.
Il Papa ai Valdesi:"Vi chiedo perdono"
Francesco Rammarico per le persecuzioni: "Ma ora continuiamo a camminare insieme"
