Tutto finito. Caso chiuso. La nuova inchiesta sulla morte del poeta Pier Paolo Pasolini è stata spedita nei sotterranei del palazzo di Giustizia di Roma. Sul fascicolo che era stato riaperto è stato messo un nuovo timbro: quello dell’archiviazione. Nulla di fatto dunque dopo anni di indagini da parte della procura di Roma che ha cercato di dare un nome e un cognome e un profilo genetico preciso delle persone presenti sul luogo dell’omicidio del regista avvenuto il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia. Il procurato aggiunto Pier Filippo Laviani e il pubblico ministero Francesco Minisci hanno infatti messo una pietra sopra alla vicenda, lasciando come unico responsabile Pino Pelosi, già condannato per questo delitto. Ad opporsi alla richesta di archiviazione era stato il cugino di Pasolini, Guido Muzzon, assistito dall’avvocato Stefano Maccioni. All’esame dei pm erano finiti, nel corso dell’ultima indagine, i profili genetici di cinque soggetti che si sarebbero trovati quella sera all’Idroscalo. Ma il giudice per le indagini preliminari Maria Agrimi ha recepito le conclusioni della procura e non della difesa, disponendo l’archiviazione. «La verità rispetto al passato è quella di aver riconosciuto, con molta probabilità, la presenza di altri soggetti oltre a Pelosi sulla scena del crimine, grazie ad accertamenti scientifici svolti, che hanno identificato cinque profili genetici sconosciuti», ha affermato l’avvocato Maccioni. Non solo: «Nell’atto di opposizione all’archiviazione avevamo fornito nuove piste investigative soprattutto in relazione a evidenti incongruenze investigative dell’epoca, a collegamenti con la malavita comune romana e su cosa stesse lavorando Pasolini prima di morire». Nel corso di questi anni era stata anche organizzata una petizione internazionale da parte dell’avvocato Maccioni e della consulente di parte civile, Simona Ruffini. Magistrati, medici, attori, registi e ufficiali delle forze dell’ordine avevano infatti firmato da tutto il mondo (dagli Stati Uniti al Messico, dalla Germania al Belgio, dalla Gran Bretagna alla Francia, dall’Argentina alla Bulgaria, fino al Brasile e all’Olanda) un documento per chiedere che venisse fatta finalmente luce sul delitto di Pier Paolo Pasolini. Neanche quest’iniziativa è bastata a convincere il gip che bisognava andare avanti nelle indagini. Il difensore del cugino di Pasolini Guido Mazzon, il penalista Maccioni, nel corso delle nuove indagini aveva anche affermato che il suo cliente aveva «svolto numerose indagini difensive che hanno contribuito a fornire ulteriori e determinanti elementi alla pubblica accusa. A nostro avviso sussisterebbe, peraltro, un legame tra tre delitti eccellenti quello di Enrico Mattei, quello di Mauro de Mauro e quello di Pasolini». Il legale aveva inoltre fatto anche riferimenti specifici al lavoro che stava portando avanti lo scrittore nel periodo precedente alla sua morte. «Abbiamo cercato di portare elementi concreti, come accusa privata, quali il lavoro che Pier Paolo stava portando avanti prima di morire (Petrolio) e la sua frequentazione di ambienti di destra a Catania». Nulla da fare. Il maxi fascicolo sull’omicidio dello scrittore oramai è nei sotterranei della procura di Roma, da dove potrà essere tolto e spolverato solamente se emergeranno ulteriori elementi che la magistratura valutarà essere utili ad aprire un altro filone d’inchiesta.
Delitto Pasolini, l’inchiesta finisce in archivio
Il gip ha messo la parola fine all’indagine sull’omicidio del poeta avvenuto a Ostia nel 1975
