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"Finalmente assolto su Biagi non ho colpe"

Chiuso il processo, parla l’ex ministro Scajola: "Salvato dalla prescrizione? No, il reato è estinto"

Il 19 marzo del 2002, a Bologna, le Nuove Brigate Rosse uccidono Marco Biagi. Quel barbaro omicidio ha portato all’apertura di due inchieste tendenti a fare luce sulla revoca e la mancata concessione della scorta al giuslavorista: la prima si è conclusa nel 2004 con l’archiviazione per mancanza di rilievi penali; nella seconda, nata nel 2014, sono rimasti coinvolti Claudio Scajola, che nel 2002 guidava il ministero dell’Interno, e l’allora Capo della Polizia, Gianni de Gennaro, accusati di «cooperazione colposa in omicidio colposo». In sostanza di aver sottovalutato gli allarmi di Biagi. Ieri la sezione distrettuale del Tribunale dei ministri di Bologna ha messo la parola fine alla vicenda, stabilendo che il reato è prescritto.   Scajola, diranno che è stato salvato dalla prescrizione. «E sbaglieranno, perché siamo di fronte all’estinzione del reato. La procura di Bologna ha inizialmente indagato per omicidio volontario contro ignoti, non contro di me, perché altrimenti avrebbero dovuto trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri. Per quasi un anno sono stato indagato senza mai essere iscritto nel relativo registro e senza mai essere sentito. Solo successivamente, indagando me, l’inchiesta è passata al Tribunale dei ministri a cui la procura ha chiesto se intendessimo, io e De Gennaro, rinunciare alla sicura prescrizione. Ma noi, essendo indagati e non imputati, non potevamo farlo. C’è di più. Dire che non abbiamo manifestato la disponibilità a farci interrogare o a rinunciare alla prescrizione, è falso. Il 31 marzo scorso, infatti, abbiamo chiesto l’accesso agli atti per valutare il da farsi. Il 13 aprile il Tribunale dei ministri ha dato l’ok, ma mentre noi fotocopiavamo e studiavamo le carte, il processo, con nostra incredibile sorpresa, è stato chiuso».   Dunque si sente assolto? «Nel 2002 la competenza delle scorte era affidata ai singoli Comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica delle diverse province. Biagi aveva la scorta in tre province, finché una non gli è stata tolta. Ed è assurdo, perché se uno è in pericolo lo è ovunque. Ma la competenza non è mai stata del ministro. Dopo l’assassinio di Biagi, ho varato un decreto per rimediare al fatto che il sistema che regolava l’assegnazione delle scorte era completamente sbagliato: il ministero non comunicava con le prefetture, i servizi segreti con gli organismi di sicurezza. A ciò va aggiunto che qualcuno, forse nel tentativo di fare bella figura, anche perché c’era un circolare che invitava a valutare con attenzione l’assegnazione delle scorte, sottovalutò il rischio. Se solo mi avessero detto che Biagi era in pericolo, lo avrei immediatamente segnalato agli organismi competenti. Ma io non ho mai avuto quel tipo di segnalazione, da nessuno, neanche dallo stesso Biagi, che non conoscevo. È per questo che mi sento assolto».   E non si rimprovera nulla? «Mi rimprovero di non aver varato quel decreto prima dell’omicidio di Biagi. Ma io ero lì da soli sei mesi, mentre nessuno dei miei predecessori, in tanti anni, si è mai occupato del problema».   Molti le imputano di aver definito Biagi «un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza». «Io non ho mai conosciuto Biagi e dunque non potevo sapere che avesse un contratto di consulenza col ministero del Lavoro. L’ho saputo da Maroni solo dopo la sua morte. Ma le spiego come sono andate le cose. Ero a Cipro con due giornalisti quando venne fuori il nome di Biagi. Dissi di essere rammaricato per non essere potuto andare al suo funerale, perché mi era stato segnalato che la famiglia non lo avrebbe gradito. Ero rattristato per questo. Dissi anche di aver saputo, ma solo dopo, che Biagi aveva espresso a molte persone le sue paure, e poi aggiunsi: "Dicevano che per il rinnovo della consulenza era un rompicoglioni". Dicevano altri, non io. Io non potevo saperlo perché non lo conoscevo. La mia era una difesa di Biagi, non un’accusa».   Però la frase «se lì ci fosse stata la scorta, i morti sarebbero stati tre», l’ha pronunciata. «Ma era solo la valutazione che in quel momento si faceva per le modalità con cui l’attentato era stato svolto. Così come avvenuto in casi precedenti, ad esempio l’uccisione di Aldo Moro, quando insieme a lui vennero ammazzati anche gli agenti. Quella frase è stata fraintesa. Io volevo soltanto dire che la violenza di questi assassini non si sarebbe fermata, e non che è stato meglio così perché se ci fosse stata la scorta sarebbero morti anche i poliziotti».   C’è stato sciacallaggio nei suoi confronti? «Sì. Vede, nel 2002 la tensione sociale intorno alla riforma del mercato del lavoro era fortissima. Lo scontro fra maggioranza e opposizione era lo stesso che si era respirato sei mesi prima al G8 di Genova. Ma se l’opposizione in quel frangente svolse solo il suo legittimo ruolo, sono certo che alla parte mediatica più vicina al centrodestra, non dava fastidio che io levassi il disturbo».   Dunque lei si sente ferito? «Ci sono due cose che mi hanno ferito mortalmente: la vicenda della casa al Colosseo, per la quale sono stato assolto con la formula più ampia ma che è stata causa della mia ghettizzazione, e la morte di Marco Biagi. Però c’è una differenza grandissima: anche se sono a posto con la coscienza su entrambe, la prima l’ho pagata io, ma sono vivo, la seconda l’ha pagata Biagi, e lui è morto. La famiglia non ce l’ha più in casa».   Cosa direbbe alla famiglia di Marco Biagi? «Che spero che prima poi ci possa essere la possibilità di un dialogo, per fargli capire che pur nella durezza della realtà, non c’era comunque una mia responsabilità».

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