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Funerali di Stato

Camera deserta, la vergogna mentre Gentiloni riferisce su Lo Porto Il NYT rivela: "Obama sapeva della morte ma non lo disse a Renzi"

La notizia della morte di Giovanni Lo Porto «è stata fornita al nostro governo e all’opinione pubblica appena finalizzate le necessarie verifiche condotte da parte statunitense. Tali verifiche si sarebbero protratte per tre mesi per la particolarissima natura del contesto in cui si è svolta l’azione antiterrorismo». Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ieri, davanti all’Aula della Camera quasi deserta (solo una quarantina di deputati presenti), ha provato a spiegare qualcosa in più sulla vicenda del cooperante italiano ucciso a fine gennaio tra Pakistan e Afghanistan, ad opera di un drone americano. Lo Porto era stato rapito il 19 gennaio 2012 ed è caduto vittima di uno dei tanti strike che gli Stati Uniti hanno compiuto in quell’area. A fine gennaio, però, nel compound colpito non c’erano solo qaedisti. Secondo Gentiloni «il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha informato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nella tarda serata del 22 aprile scorso che purtroppo il cooperante americano Warren Weinstein e il nostro connazionale avevano perso la vita a seguito di un bombardamento effettuato a metà gennaio dai cosiddetti droni in un’area a ridosso del confine tra Pakistan e Afghanistan». Sulla vicenda, però, i conti non tornano. Lo stesso New York Times ha attaccato Obama spiegando che il presidente conosceva già la vicenda di Lo Porto quando Renzi si trovava negli Usa. Le agenzie di intelligence, spiega il Nyt, hanno raccolto informazioni che parlavano della morte di Weinstein poco dopo il raid di gennaio, ma non sono state subito chiare le circostanze. Si è proceduto allora a valutare diverse ipotesi: che potesse essere morto in un attacco Usa, in un’operazione militare del Pakistan o nelle mani dei rapitori. Successivamente la morte di Weinstein è stata ricollegata a quella di Lo Porto e, sostengono le fonti citate dal New York Times, solo la scorsa settimana alcuni funzionari dell’intelligence hanno riferito a Obama che avevano raggiunto quello che definiscono il più alto livello di attendibilità della ricostruzione. «Obama ha ordinato che l'episodio venisse declassificato ma non ha detto niente al primo ministro italiano Matteo Renzi quando è stato in visita alla Casa Bianca venerdì», scrive il Nyt, aggiungendo che «invece, dopo avere fatto i preparativi, Obama ha chiamato Renzi mercoledì per informarlo di quanto era successo e ha telefonato anche alla moglie di Weinstein, Elaine». L'America, dunque, forse da tempo era al corrente di quanto accaduto il 28 gennaio nella zona di Shawal, una regione tribale del Pakistan, ripida e boscosa, a lungo roccaforte per i vari gruppi armati di talebani. L’obiettivo di quel raid, però, potevano non essere solo Ahmed Farouq, un cittadino statunitense leader di Al Qaeda, e Adam Ghahdan, altro americano divenuto un importante esponente del gruppo terroristico. In quel compund potevano esserci altri esponenti di spicco della compagine jihadista che potevano «giustificare» un raid indiscriminato. Secondo fonti de Il Tempo l’intelligence statunitense avrebbe avuto la soffiata secondo cui Abu Basir, il numero due di Al Qaeda si trova all’interno del sorvegliatissimo bunker. Un’occasione da non perdere, che è costata la vita ad un italiano. Obama sotto accusa, dunque, non solo nel suo Paese, ma anche in Italia per aver sposata la linea di utilizzo dei droni come arma principale per la lotta contro il terrorismo. La base di tutte le operazioni con i droni si trova nel Nevada, da dove nel 2014 i soli droni militari hanno registrato 370mila ore di volo complessive, compiendo oltre 500 strike in zone di guerra, sulla base di informazioni intelligence. Sull’intera vicenda è stata aperta un’inchiesta dalla magistratura italiana, ha detto lo stesso Gentiloni, aggiungendo che «colpe ed errori ammessi dal presidente Obama, non incrinano la determinazione che il governo italiano intende perseguire nella lotta contro il terrorismo, che è una minaccia seria».

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