C’è un innegabile filo che lega la Resistenza, i molti eroi, dimenticati, che ne fecero parte, e Gladio, la struttura paramilitare che negli anni della Guerra Fredda era pronta all’offensiva contro i sovietici se solo avessero provato ad attaccare l’Europa occidentale. Un collegamento rintracciabile nella brigata partigiana Osoppo, che difendeva i confini orientali, e l’«Organizzazione O», composta da reduci della Osoppo. Quando l’«Organizzazione O» si sciolse, quasi contemporaneamente nacque Gladio, il cui scopo era la difesa della libertà dai comunisti sovietici che la minacciavano. Quella libertà che rappresentò anche l’obiettivo della Resistenza. Ma non è tutto. Fra gli uomini che sacrificarono la propria vita per fermare il nemico, ci fu il colonnello di Stato Maggiore Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, cattolico, monarchico e anticomunista. Dopo l’8 settembre del 1943 e la firma dell’armistizio con gli Alleati, il colonello rimase a Roma, dove gli vennero affidati gli Affari civili del governo provvisorio. Un ruolo che mantenne per soli tre giorni. Subito dopo, infatti, Montezemolo lasciò la divisa e con altri ufficiali mise in piedi l’organizzazione occulta militare della Resistenza nella Capitale. Il 25 gennaio 1944, finita una riunione clandestina con il generale Quirino Armellini, i nazisti lo fermarono ai Parioli. Montezemolo, con baffi finti e in mano un documento falso, cercò di convincerli che stavano sbagliando persona, che lui era «il professor Martini». Fu tutto inutile. I tedeschi, infatti, avevano avuto una soffiata, sapevano chi era l’uomo che avevano di fronte. Perciò lo arrestarono e lo portarono nel carcere di via Tasso, dove ad attenderlo c’era il gerarca nazista Herbert Kappler. Cercarono di farlo parlare, di sapere dove fossero appostati i suoi uomini, ma inutilmente. Montezemolo non tradì mai. Dopo l’attentato in via Rasella del 24 marzo 1944, in cui persero la vita 33 soldati tedeschi, il suo nome finì nell’elenco di chi, per rappresaglia, doveva essere fucilato alle Fosse Ardeatine. Ebbene, col colonnello Montezemolo, a formare il primo comando della Resistenza, c’era anche il Maggiore Fornaro, il cui figlio fu capo della segreteria di Paolo Inzerilli, il generale che per anni guidò Gladio. Su Montezemolo è quasi caduto l’oblio, così come sul tenente Ettore Rosso. Nel 1943 la Divisione corazzata tedesca «Panzergranadieren» stava avanzando, da Nord, sulla Cassia, verso la Capitale. Rosso ebbe perciò l’ordine di minare la strada all’altezza di Monterosi, prima del passaggio del nemico. Ma poco dopo aver cominciato a sistemare le mine, i reparti nemici giunsero sul posto e intimarono al tenente di allontanarsi dalla strada e lasciarli passare. Ma Rosso, insieme ai suoi quattro genieri che si erano offerti volontari (Pietro Colombo, Augusto Zaccani, Gino Obici e Gelindo Trombini), invece di eseguire l’ordine tedesco e ritirarsi, mise gli autocarri minati di traverso sulla strada per bloccare il passaggio del nemico. I tedeschi si avvicinarono e i nostri soldati fecero fuoco. Resosi conto che i fucili non sarebbero bastati a fermarli, Rosso fece saltare in aria i mezzi, sacrificando la sua vita e quella dei suoi uomini. Molti tedeschi perirono nell’esplosione, compreso il loro capitano, e i nazisti furono così costretti a ritirarsi. Ettore Rosso fu decorato perché «senza sbandamenti morali o crisi di coscienza, sapeva distinguere immediatamente quale fosse il suo dovere». A Monterosi, distante 35 chilometri da Roma, c’è un cippo in onore suo e dei quattro genieri. Ma anche di Rosso, così come di Montezemolo, ormai se ne ricordano in pochi.
I «resistenti» di Gladio dimenticati dalla storia ufficiale
di Luca Rocca
