Attualità

Accusato da mafiosi assassini

Ben 112 uomini dello Stato testimoniarono a suo favore

Non lo dovevano condannare, non lo potevano condannare. Lo arrestarono la vigilia di Natale del 1992, Bruno Contrada, come un criminale qualunque, accusandolo di essere un funzionario del Sisde che strizzava l’occhio alla mafia. Lo tennero in galera per anni prima del processo, infischiandosene delle sue condizioni di salute. Poi lo condannarono, lo assolsero con formula piena e infine, nel 2007, lo condannarono di nuovo, stavolta definitivamente, appiccicandogli addosso il marchio dell’infamia. Un marchio affibbiatogli da mafiosi della peggiore risma, che Contrada aveva inseguito e braccato: Brusca, Buscetta, Cancemi, Mannoia, Siino e infine Mutolo. Diciassette fra stragisti, assassini, estorsori e trafficanti di droga, dichiarati pentiti, accusarono Contrada, ma ben 112 uomini dello Stato testimoniarono in suo favore. Inutilmente. Le affermazioni dei collaboratori di giustizia, mai riscontrate, vennero prese per oro colato, anche se erano de relato. Tommaso Buscetta riferì la versione dei boss Riccobono e Bontade, che però erano già morti; Mutolo tirò in ballo lo stesso Riccobono e Angelo Graziano, passati a miglior vita anche loro; Pino Marchese si fece forte delle parole dello zio che, guarda caso, era già al cimitero. E defunto era anche Pietro Mazara, tirato in ballo da Pietro Scavuzzo quando raccontò di un’anfora dorata regalata da Cosa Nostra a Contrada. Il superpoliziotto fu anche accusato da un ufficiale dell’Arma, che lo collocò in via D’Amelio subito l’esplosione che uccise Paolo Borsellino. In quelle ore, però, come venne dimostrato, l’ex funzionario del Sisde si trovava in barca con alti ufficiali di polizia e carabinieri. Ma c’è dell’altro. A sostenere l’accusa in primo grado contro Contrada fu Antonio Ingroia. Nel suo libro, “Nel labirinto degli Dei”, del 2012, l’ex pm scrive che, mentre era titolare delle indagini, interrogò Vincenzo Scarantino, il falso pentito del processo sull’uccisione di Borsellino. Gli elementi forniti dal collaboratore di giustizia, rivela Ingroia nella sua opera letteraria, sembravano “appetitosi”, le sue dichiarazioni “minuziose e precise, apparentemente riscontrabili”. Ma non lo erano affatto, tanto che lo stesso Ingroia aggiunge che non fu “acquisito alcun riscontro”. Ma allora perché al processo Contrada dell’interrogatorio di Scarantino mai si parlò? Perché nel fascicolo del pm non c’era traccia nemmeno della mancanza di riscontri? E perché non si indagò per capire i motivi che spinsero il pentito a inventarsi quelle accuse? Contrada fu sottoposto anche a perizia psicologica, e ne venne fuori il profilo di un uomo la cui “collusione” con un “sistema nemico” appare “non conciliabile” con la sua disposizione caratteriale. Prendetene atto.

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