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Il custode accusato, deluso dallo Stato

MILANODeluso dallo Stato. Vittima di un'ingiustizia che da 20 anni lo costringe a lottare per un diritto: il riconoscimento di un risarcimento deciso dallo Stato stesso. Una contraddizione di fronte...

MILANO Deluso dallo Stato. Vittima di un'ingiustizia che da 20 anni lo costringe a lottare per un diritto: il riconoscimento di un risarcimento deciso dallo Stato stesso. Una contraddizione di fronte alla quale Giuseppe Onorato, l’ex custodedello stabile di via Palestro dove il 27 marzo 1995 fu ucciso a colpi di pistola Maurizio Gucci, continua a lottare: zero gli euro ricevuti da Patrizia Reggiani, l'ex moglie dello stilista ritenuta la mandante dell'agguato - come stabilito dalle sentenze -, a fronte di almeno 20 mila euro spesi tra visite mediche e spese legali. È un mix di delusione e rabbia - l'assenza delle istituzioni e una donna che si dichiara nullatenente - che anima l'ex portinaio che dell'incontro con la Reggiani ricorda «il suo bacio, come Giuda» e al ministro della Giustizia Andrea Oralando rivolge un suggerimento: «è meglio che la politica si interessi di questi casi se davvero si vuole riavvicinare alla gente». Una storia di «ordinaria ingiustizia» che va avanti da due decenni e che l'ex portinaio non smette di raccontare perché «dimostra - dice - che forse la giustizia non è uguale per tutti. Se a risarcirmi non ci fosse stata la famiglia Gucci la giustizia si sarebbe accanita molto di più. Ci troviamo di fronte a una donna che dice di essere nullatenente, ma chi non ha soldi vive sotto i ponti e non passeggia tra le vetrine di via Montenapoleone». Le scene di quella mattina soleggiata di 20 anni fa, a pochi passi dall'ingresso del civico 20, sono ancora stampate a fuoco vivo - «tutti i giorni ci penso», confessa -: il killer entra, si ferma all'altezza del portone, spara a Gucci che sta entrando e quando si gira per scappare incontra lo sguardo impietrito di Onorato. E spara ancora. Una pallottola entra nel braccio del custode, oggi 71enne, l'altra gli si ferma nell'osso e glielo spacca. La Reggiani fu condannata a risarcire la vittima con 200 milioni delle vecchie lire (circa 130mila euro), ma finora non risarcito niente perché per lo Stato risulta nullatenente.

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