Un vecchio slogan pubblicitario diceva che «una telefonata allunga la vita». Nel caso di Matteo Renzi sarebbe meglio parlare di una telefonata «lunga una vita». Perché molti mesi sono passati da quando Matteo, al tempo distante anni luce da Palazzo Chigi, venne intercettato mentre parlava al telefono con il comandante interregionale della Guardia di Finanza di Toscana, Marche e Emilia Romagna, generale Michele Adinolfi. Stessa sorte per il suo fedelissimo Luca Lotti. La loro colpa? Nessuna. Sia Lotti che Renzi conoscevano bene Adinolfi. È piuttosto normale che il sindaco di Firenze e il suo capo di gabinetto conoscano il comandante interregionale delle Fiamme Gialle. E infatti i magistrati, impegnati a intercettare il militare per una presunta vicenda di corruzione, ritennero le conversazioni «ininfluenti dal punto di vista penale». Putroppo siamo in Italia. E ciò che dal punto di vista penale è «ininfluente», diventa «influente» dal punto di vista «mediatico». Così ad ottobre, le conversazioni tra Adinolfi e Lotti sono finite sul Fatto Quotidiano . Niente di «rilevante», ma lo schizzo di fango ha insozzato per bene la divisa del generale. Che, sbattuto in prima pagina come «indagato per corruzione», ha appreso nel silenzio generalizzato che i pm avevano già chiesto la sua archiviazione. Poteva finire qui se non fosse che la vicenda in cui Adinolfi si è trovato suo malgrado coinvolto, è quella riguardante il sindaco di Ischia, Giuseppe Ferrandino. Lo stesso che lunedì è finito agli arresti. Così, dall’archivio, sono rispuntate le «telefonate irrilevanti». E il Fatto , stavolta, ci ha informato che, oltre a Lotti, anche Renzi era finito nella rete delle intercettazioni a strascico. Non c’è «ipotesi di reato», non ci sono «indagati», il fascicolo contenente le telefonate è destinato ad essere «archiviato», ci informa il quotidiano. Ma intanto Matteo Renzi è finito in prima pagina. Nominato in una vicenda in cui né lui, né Adinolfi, né Lotti hanno avuto alcun ruolo. E la domanda nasce spontanea: perché? Certo Il Fatto ci dà anche un’altra notizia. Il telefonino da cui il premier parlava è intestato alla Fondazione Big Bang (oggi Fondazione Open ndr ) creata da Marco Carrai nel 2012 quando Renzi iniziò la sua scalata al Pd. Uno strumento per raccogliere fondi, anche se non tutti i finanziatori hanno dato l’autorizzazione a rendere pubblico il proprio nome e il proprio contributo. Al Fatto Alberto Bianchi, attuale presidente della Fondazione (il segretario generale è Maria Elena Boschi, i consiglieri Marco Carrai e Luca Lotti ndr ) ha spiegato che «il telefonino fu dato a Renzi quando iniziò l’attività connessa alle primarie e alle varie Leopolda». Anche in questo caso non sembra di ravvisare nulla di penalmente rilevante. Certo, Carrai è colui che pagava l’affitto della famosa casa fiorentina in cui Renzi visse, da residente, dal 2011 al 2014 (sull’argomento la procura di Firenze aprì un fascicolo ma non se ne è saputo più nulla). Carrai è l’uomo di fiducia dell’ex sindaco nei Cda delle società partecipate dal Comune Firenze. Magari non è «opportuno» che il premier si sia fatto pagare delle spese dall’amico. Così come non è «opportuno» che telefonate irrilevanti escano dai fascicoli dei pm per finire sulle pagine dei giornali. Ma l’impressione è che questa regola valga solo per alcuni.
Renzi finisce nel tritacarne
Il premier sbattuto in prima pagina per vecchie telefonate intercettate. Eppure per i magistrati le conversazioni sono "penalmente irrilevanti"
