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"Sparavo e pensavo a mio figlio"

Parla il tabaccaio romano assalito al semaforo mentre andava in banca: "Erano in tre, hanno rotto i vetri con la mazza e preso la valigetta con i soldi" LEGGI ANCHE Rapinato dell'incasso in auto

Lo sguardo fisso sui monitor che trasmettono le registrazioni delle telecamere di videosorveglianza all’esterno e all’interno del suo bar a caccia di dettagli utili ad individuare gli uomini che lo hanno aggredito e derubato poche ore prima. Il dito punta con insistenza nel riquadro in basso: «Sono questi, quello in mezzo sì», dice alla ragazza indaffarata con pacchi e scotch accanto a lui. Quando si alza dalla sedia, Maurizio Pontillo, ha lo sguardo stanco di chi in pochi attimi si è visto la passare la vita davanti.     Signor Maurizio, in molti già la paragonano al benzinaio Stacchio che ha ucciso il rapinatore in provincia di Vicenza. Può raccontarci cos’è successo? « Sono uscito come tutte le mattine per andare in banca a versare gli incassi del locale di venerdì, sabato e domenica. Arrivato all’incrocio di Casal Palocco, fermo al semaforo, ho visto una sagoma sulla sinistra della mia macchina, lato guida. Ho fatto appena in tempo a girarmi che questo ha infranto il vetro con una mazzetta di ferro. Appena ho capito cosa stava accadendo, ho slacciato la cintura di sicurezza, ho aperto lo sportello e impugnato la mia pistola regolarmente denunciata. Ho fatto tutto automaticamente, senza pensarci. Quindi ho cominciato ad inseguire lui ed i suoi complici che mi hanno spaccato l’altro vetro per prendermi la valigetta che era sul tappetino del lato passeggero. Più correvo e più mi domandavo cosa fare. Ho sparato un colpo in aria per cercare di fermarli, ma niente: li ho inseguiti, ho sparato un secondo colpo cercando di prendere la ruota della loro macchina, sulla quale sono saliti con il bottino tentando di dileguarsi».     Sono scappati. «Sì, sulla laterale della Colombo. Sono risalito in macchina per provare ad inseguirli mentre ero al telefono con il 112, ma sono stato bloccato da un autobus e, arrivati ad Ostia, non ho visto dove fossero andati quindi ho aspettato lì l’arrivo dei carabinieri».     Erano in due? «In tre».     Hanno parlato? «No, neanche una parola. A quello che mi ha spaccato il vetro, però, si era scoperto in parte il viso e posso dire con certezza che non era italiano, dai tratti somatici. Aveva un cappello di lana e si era tirato su il collo del maglione per coprirsi la bocca, ma quando ho aperto lo sportello ed ha visto che ho reagito, si è scoperto ed ho visto il viso. Lo riconoscerei tra mille. Sono scappati su una Fiat Croma chiara e con targa italiana».     Torniamo a quel momento «Chi non ci passa non può capire. In quei momenti devi decidere, è in ballo la tua vita. Trasportavo roba dello Stato: sigarette, giochi. E l’incasso del fine settimana, tanti soldi».     E se i banditi fossero stati armati? «Io sono assicurato per rapine e furti nel mio locale, ma non so cosa succede per questo tipo di reati perché è la prima volta che mi capita una cosa simile. Se erano armati? Ero armato anche io».     A cosa ha pensato quando ha sparato? «Mentre premevo il dito sul grilletto per la seconda volta, il mio pensiero andava a mia moglie e a mio figlio. A quella distanza avrei potuto colpirli facilmente ma non potevo finire in galera, quindi ho mirato alle gomme della macchina, cercando di bloccarli. Facevo le scorte prima, quindi la freddezza l’ho acquisita con l’esperienza».     Si sente un eroe? «Assolutamente no. Sono una persona normalissima che cerca di difendere il proprio lavoro. Ora provo solo fastidio, tanto fastidio. Perché oltre al danno subentra la beffa della legge italiana. La denuncia, il sequestro dell’arma. Le solite cose, insomma».     Ha fiducia nella giustizia? «Ancora sì. Il comportamento delle forze dell’ordine è stato ineccepibile. I carabinieri di Casal Palocco, che sono intervenuti, sono ragazzi meravigliosi, costantemente presenti. Le pattuglie girano in continuazione, il territorio è copertissimo. Mi affido a loro».

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