Rischia di ritrovarsi sul banco degli imputati l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. La procura di Viterbo ha concluso le indagini del procedimento per calunnia nei confronti dell’ex magistrato, ora avvocato. A breve dovrebbe essergli notificato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari, anticamera della richiesta di rinvio a giudizio. I pm hanno ritenuto calunniose alcune frasi pronunciate in aula da Ingroia contro gli inquirenti che indagavano sulla misteriosa morte dell’urologo Attilio Manca. Secondo la tesi del penalista, legale della famiglia, il medico siciliano venne assassinato perché aveva assistito all’operazione alla prostata di Bernardo Provenzano. Il 12 febbraio del 2004 Manca fu trovato senza vita nella sua abitazione di Viterbo, nudo, con il naso fratturato, due buchi sul braccio sinistro e una siringa a terra. L’autopsia certificò la presenza nel sangue di eroina, barbiturici e alcol etilico. Per gli inquirenti si trattava di un caso di suicidio da overdose. Il 35enne, però, era mancino. I familiari si opposero sin da subito all’archiviazione dell’indagine, sostenendo che nei mesi precedenti la sua morte, Manca si era recato a Marsiglia, nello stesso periodo in cui Provenzano era in una clinica della città francese per operarsi di tumore alla prostrata. Secondo la ricostruzione della famiglia, sarebbe stato il giovane urologo ad assistere l’operazione del boss corleonese latitante e poi, essendo un testimone scomodo, sarebbe stato assassinato. La procura di Viterbo, però, ha sempre escluso la sua presenza a Marsiglia tra l’estate e l’autunno del 2003, sulla base di un’informativa della Squadra Mobile. Alla sbarra in questo momento c’è soltanto Monica Mileti, accusata di aver venduto la droga a Manca in quantità letale. Il tribunale di Viterbo ha fatto decadere la costituzione di parte civile presentata dai familiari, dato che l’omicidio colposo (quale conseguenza di altro reato) era andato prescritto. Ingroia ha accusato gli investigatori viterbesi di avere condotto un’indagine piena di «inerzie e coperture», con l’obbiettivo di «depistare» l’inchiesta. «Il dirigente della Mobile – aveva spiegato l’ex pm – è Salvatore Gava, condannato a 3 anni per aver firmato false informative sulla presenza di molotov alla Diaz». Proprio per alcune di queste dichiarazioni, Ingroia è accusato di calunnia. Quando lo scorso novembre gli è stata notificata l’iscrizione sul registro degli indagati, non si è risparmiato da nuove invettive: «Un avviso di garanzia così lo può fare solo un analfabeta del diritto o chi è in malafede. Un avvocato non può essere accusato per quelle che dice nei processi, esattamente come i pm. In passato sono stato accusato di calunnia da Bruno Contrada, Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi e dai figli di Provenzano: il pm Renzo Petroselli è in buona compagnia». Nella deposizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, lo scorso gennaio, il procuratore di Viterbo Alberto Pazienti e il suo sostituto Petroselli hanno ribadito che Manca è morto di overdose e non ci sono elementi che facciano pensare a un delitto di mafia. In quelle stesse ore il pentito Stefano Lo Verso ha dichiarato ai giudici della Corte d’assise di Caltanissetta (nell’ambito del processo Borsellino quater): «Ho una statuina della Madonna con Gesù bambino in braccio, me la regalò Bernardo Provenzano. Spero che possa essere utile a risolvere l’evento dell’urologo Manca». Alcuni mesi prima anche il killer dei Casalesi Giuseppe Setola aveva collegato l’omicidio Manca all’operazione alla prostata di Provenzano, salvo poi fare marcia indietro, scegliendo di non collaborare più con la magistratura.
"Calunniò i pm, Ingroia rischia il processo"
La procura di Viterbo sulla morte del medico del boss Provenzano: "L’avvocato accusò gli inquirenti di aver depistato le indagini"
