Continua ad aleggiare sui pennoni del Quirinale il fantasma di Cosa nostra. Dopo la deposizione di Giorgio Napolitano del 28 ottobre nel processo sulla Trattativa, dalle viscere di carta del processo Borsellino-quater sfiata il verbale di testimonianza di chi potrebbe esserne il successore. Un documento che riporta le parole di Giuliano Amato, il più accreditato alla successione al Colle: «Durante l'anno del mio Governo, i rapporti col Sisde furono quasi inesistenti anche perché non nutrivo particolare fiducia in questo organismo poiché ritenevo gli uomini che ne facevano parte troppo contigui al personale politico che in precedenza aveva governato il Paese», dice Amato ai pm di Caltanissetta che lo hanno citato come testimone nel procedimento in cui sono imputati i vari Madonia, Tutino oltre a Scarantino, Pulci e Andriotta, i falsi pentiti autori del depistaggio che portò alla condanna di innocenti per la strage di via d’Amelio. Una lista testi con cui i pm Gozzo, Paci e Luciani si propongono di riscrivere la storia dell'eccidio. Oltre ai pentiti Spatuzza, Giuffrè e Brusca, - Spatuzza in particolare ha consentito di riaprire l'inchiesta - verranno ascoltati i testimoni di una serie di vicende, come la scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino, che non sono mai arrivate a un processo. Parte del processo è dedicata poi all'approfondimento del depistaggio dell'inchiesta e della Trattativa. È guardingo come solo lui sa fare, il Dottor Sottile davanti ai magistrati. Spiega com'è che è nato il suo Gabinetto e quali furono le dinamiche politiche che portarono alla scelta dei ministri in un momento caratterizzato da una «particolare situazione di delegittimazione che i partiti stavano vivendo» nel pieno di Tangentopoli, nel giugno 1992. «Nel momento della formazione del Governo - ammette Amato a verbale - nonostante fosse così vicina la strage di Capaci, dedicammo alla lotta alla mafia meno attenzione che ad altri temi». E questo perché «disponevamo già di un pacchetto di norme inserite in un decreto legge varato dal precedente governo che contenevano tra l'altro l'inasprimento del 41bis, i colloqui investigativi ed altro». Ma all'epoca, più che Cosa nostra, le priorità erano altre. «I temi che più ci impegnarono nel momento della formazione del Governo erano quelli economico-finanziari, essendovi una situazione molto delicata per quel che riguardava il debito pubblico e le sorti della nostra moneta». E i cambi in corsa al Viminale tra i ministri Scotti e Mancino, quest'ultimo indicato dalla procura di Palermo come il garante politico della Trattativa? «La scelta di Mancino - taglia corto l'ex vicesegretario socialista - venne condivisa anche dal presidente Scalfaro né mai alcuno fornì notizie che potessero sconsigliare la sua nomina a ministro». E aggiunge: «Non ricordo come maturò il passaggio dell'on. Scotti dal dicastero degli Interni a quello degli Esteri». L'unica concessione di Amato è che «probabilmente Scotti avrebbe preferito continuare» a sedere al Viminale. E tuttavia lui non gli disse mai che si sentì «detronizzato» dalla staffetta. Secondo l'ex presidente del Consiglio, che nel corso di tutta la chiacchierata con gli inquirenti rimanda la palla delle indicazioni e delle decisioni ai segretari di partito (Forlani per la Dc e Craxi per il Psi), il transito di Scotti alla Farnesina non fu «motivato dalle iniziative da questi assunte in tema di lotta alla criminalità organizzata». Dunque, fu questione tutta politica. La staffilata, invece, Giuliano Amato la riserva - come abbiamo visto - ai Servizi segreti anche se esclude categoricamento di aver conosciuto l'ex comandante del Ros Mario Mori - futuro direttore del Sisde - nei primi anni Novanta. «Se anche vi fu una trattativa tra Stato e Cosa nostra, io non ne ho mai avuto notizie», risponde sicuro alle domande dei pm. E lui da premier davvero non ne sarebbe venuto a conoscenza? Sì, a quanto pare. «Ritengo possibile che i servizi segreti possano aver avviato trattative con la criminalità organizzata senza informare il presidente del Consiglio». L'ultima risposta del verbale è per smentire Claudio Martelli che aveva detto di essere stato sollecitato, dallo stesso Amato, a lasciare il posto di Guardasigilli per approdare al ministero della Difesa. Non è vero niente, cala il sipario. E forse parte l'inno nazionale.
Amato: «Le stragi? Non mi fidavo dei Servizi Quel governo fece poco contro la mafia»
Il probabile successore di Napolitano sulla Trattativa: «Non ne so niente»
