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I dati choc sull'islam made in Italy

Prima puntata Dal Centro Antiterrorismo Israeliano il dossier sulla «nostra» filiera radicale e sui pericoli di attentati terroristici LEGGI ANCHE La preghiera dell'odio innescata a Nassirya

Venti organizzazioni, più di cento moschee, centinaia di luoghi di culto, 159 centri islamici, decine di scuole coraniche, innumerevoli siti internet e canali televisivi stranieri disponibili su TV satellitare. È questo il terreno in cui vivono e si nutrono di «odio» i terroristi definiti «homegrown», quelli che hanno tratto ispirazione e sostegno ideologico da Isis e Al Qaeda e oggi rappresentano una delle più insidiose minacce per l’Italia e per tutti i paesi occidentali. A lanciare l’allarme un capillare studio, ancora in corso di realizzazione,  per il Centro internazionale antiterrorismo israeliano con la collaborazione di Michele Groppi che ha ampliato e aggiornato uno studio del 2011 presso l'ICT di Herzliya, sotto la supervisione del Dottor Boaz Ganor e Stevie Weinberg. Nel dossier, che analizza lo sviluppo negli anni della comunità islamica italiana, tra processi di (mancata) integrazione e radicalizzazione di alcune realtà, il terrorista islamico «homegrown» è definito «una persona che gode dei diritti sociali e legali, vissuta a stretto contatto con i valori e le credenze culturali del paese che li ospita, e che mostra l’intento di fornire il supporto per commettere direttamente o indirettamente un attacco terroristico all’interno della nazione in cui vive». Questa definizione comprende quei musulmani che sono nati e cresciuti nelle società occidentali che, una volta sposata l’ideologia islamica radicale, si dedicano alla pianificazione e attuazione di attacchi contro i paesi in cui vivono. I recenti attentati di Parigi, Sidney e Ottawa sono esempi eclatanti di tutto questo. Andando ancora più indietro nel tempo, non possono sfuggire l’attentato di Madrid, Londra, l’operazione Pendennis in Australia e 18 casi di Toronto avvenuti nel novembre 2005 e giugno 2006. Negli ultimi mesi, le minacce rivolte all’Italia da parte dello Stato islamico e di Al Qaeda sono numerosissime. Basti ricordare la rivista dell’Isis, Dabiq, che ha pubblicato nella foto di copertina piazza San Pietro con la bandiera nera del Califfato issata sull’obelisco. E il Papa, secondo le intelligence mondiali, è uno degli obiettivi dei terroristi di Abu Bakr al-Baghdadi. A peggiorare il quadro, il dossier elenca una serie di altri fattori di rischio presenti nel nostro Paese: i contatti tra musulmani che vivono in Italia con Arabia Saudita, Iran e Fratelli Musulmani egiziani; la presenza di imam e individui radicali; una capillare estensione dei luoghi di culto non autorizzati e associazioni islamiche sparse su tutto il territorio nazionale. Oltre che un tasso di immigrazione che è andato crescendo in modo esponenziale negli ultimi anni e che spesso risulta fuori controllo. Una trama di interessi e presenze che, ormai, fa parte del tessuto sociale e dove l'Islam ha un potere sottovalutato. Lo studio prende in esame quegli elementi che compongono l’indice di radicalizzazione della comunità musulmana come, ad esempio, «contatti pericolosi o potenzialmente pericolosi con agenti ritenuti radicali e/o violenti, organizzazioni sociali radicali, moschee e scuole coraniche radicali, leader sociali e religiosi radicali, organizzazioni impegnate in attività terroristiche, sostegno finanziario e logistico di attività terroristiche, attacchi terroristici o di tentativi di attacco terroristici sul suolo italiano, jihadisti italiani, arresti per reati di terrorismo, con rispettive sentenze ed espulsioni, e aggressioni e omicidi a sfondo culturale e religioso». Il rischio, dunque, per il Centro antiterrorismo arriva proprio da tutte queste realtà messe insieme che, spesso, sono fuori controllo. Ad allargare il divario tra musulmani e italiani, poi, «vi sono numerosi Stati esteri, moschee e organizzazioni culturali che competono tra loro in termini di egemonia, influenza, prestigio e rappresentanza a livello istituzionale».   (1 - continua)

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