Indizi campati in aria, ricostruzioni molto più che approssimative e accuse dai piedi d'argilla: le motivazioni della Cassazione che, il 21 novembre scorso, ha rigettato dichiarandolo inammissibile il ricorso della Procura antimafia di Napoli contro la scarcerazione dell'imprenditore Giuseppe Mandara, radono al suolo quattro anni e passa d'indagine. Un lavoro investigativo gigantesco finalizzato, nelle intenzioni del pm, a dimostrare la vicinanza del «re della mozzarella» al clan La Torre di Mondragone (Caserta) ma che, al contrario, la Suprema Corte ha ridotto a poco più di un mero castello di carte a cui mancano le fondamenta principali: le prove. E questo perché l'inchiesta-bis, che nell'aprile 2014 ha portato all'arresto di Mandara, già finito in cella due anni prima per le stesse accuse, e in entrambi i casi liberato dal Riesame, è quasi la fotocopia del precedente procedimento con l'aggiunta tutt'altro che decisiva - scrivono le toghe del Palazzaccio - «della rinnovata audizione» del pentito Augusto La Torre e degli altri testimoni, già smentiti dal Riesame. I giudici di prima istanza, infatti, avevano individuato nell'industriale napoletano «non già un imprenditore colluso con l'organizzazione camorristica» ma «un imprenditore vittima di intimidazione mafiosa». I giudici di terzo grado sono severissimi col pm Alessandro Milita, titolare del fascicolo, e sottolineano la «assoluta inaffidabilità» di Augusto La Torre che ha denunciato Mandara «a distanza di otto anni» dall'inizio della collaborazione e «soltanto dopo la denuncia per estorsione presentata nei suoi confronti dallo stesso Mandara»; denuncia che aveva comportato la «revoca del regime di protezione». Un comportamento anomalo che potrebbe indurre «legittimamente a dubitare della genuinità della tardiva» accusa nei confronti del produttore caseario, quasi insomma come se fosse una ritorsione. E questo senza considerare che il collaboratore, inoltre, avrebbe progressivamente aggiustato la sua versione dei fatti rendendola di volta in volta aderente alle ipotesi d'accusa, così come hanno dimostrato i legali di Mandara, gli avvocati Pellegrino e Guadalupi. Stesso giudizio tranchant, la Cassazione, oltre che per le accuse di riciclaggio di stampo camorristico, lo riserva anche per gli altri capi d'imputazione contestati nell'ultima ordinanza. Uno su tutti, l'estorsione commessa dal clan La Torre per favorire Mandara nell'acquisto di un terreno confinante al caseificio di Mondragone. Tesi d'accusa non condivisa dai giudici di Roma perché «intrinsecamente contraddittoria rispetto al consueto modus operandi» delle cosche certamente non abituate «a farsi imporre il prezzo di vendita dal soggetto estorto» esigendone solo successivamente la restituzione invece, come normalmente accade, di minacciare «fin dall'origine la volontà» del venditore a «sottostare a condizioni di vendita che non avrebbe liberamente accettato». Le motivazioni, insomma, sono uno schiaffo in punta di fatto ma anche di diritto alla ricostruzione della Procura visto che la Cassazione dichiara di non poter entrare nel merito delle esigenze cautelari, già ritenute insussistenti dal Riesame, ritenendo il ricorso semplicemente inammissibile.
Il re della mozzarella è pulito
La Cassazione giudica "inaffidabile" il pentito che accusa Mandara. E rigetta il ricorso contro la scarcerazione perché non ci sono prove
