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Storia di Max da «figlio di...» a «pataccaro»

Massimo Ciancimino irrompe sulla scena nazionale nel 2008 parlando di una presunta "trattativa" fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, intermediata da misteriosi agenti dei servizi segreti. Prima di allora Massimo era solo il figlio di don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002. Nel 2008, però, arriva la svolta. Che è legata all’ormai famoso "papello", cioè le richieste che Totò Riina avrebbe fatto allo Stato al tempo delle stragi del ’92 per interrompere quella che era diventata una vera e propria guerra. Massimo parla. E accusa. Nei suoi racconti finiscono, via via, pezzi grossi delle istituzioni, come l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, e l’ex capo della Dia, Gianni de Gennaro, accusati di essere i "registi" della "trattativa". O come gli uomini dell’ex generale del Ros, Mario Mori, che, invece, sarebbero stati il "braccio operativo". Incaricati di trattare con Riina e Provenzano per il tramite di Ciancimino senior, suo padre Ciancimino junior lancia accuse su accuse. Parla degli incontri del papà. Dei suoi "rapporti preferenziali" con i boss. E di come questi siano diventati elemento fondamentale per trasformarlo nell’ufficiale di collegamento tra mafia e Stato. Denuncia furti di documenti e, nel 2009, un po’ a sorpresa, consegna ai pm di Palermo il "papello" contenente 40 documenti sulle richieste di Riina e del padre Vito nella quale il politico democristiano paragona la propria posizione di "vittima" a quella di Paolo Borsellino. Come spesso capita in queste situazioni la figura di Massimo divide l’opinione pubblica: per alcuni è un testimone fondamentale di una stagione buia del nostro Paese, per altri un millantatore. Riceve anche minacce e intimidazioni e, per questo, si trova a vivere sotto scorta. Purtroppo per lui, però, molte delle accuse lanciate si rivelano "patacche". Patacche così grosse da essergli costate, finora, un rinvio a giudizio per calunnia e un’indagine per lo stesso reato. Ciancimino è testimone, e contemporaneamente imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, nel processo sulla "Trattativa Stato-Mafia". Ma per giudici e investigatori, molto probabilmente si tratta solo di un navigato attore.

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