Massimo Ciancimino attore, teatrante, trasformista. E pure «pataccaro», fantasioso, menzognero, infine abile «regista» nei rapporti coi giornalisti con i quali instaura rapporti intimi e e rifornisce, a getto continuo, notizie su processi e interrogatori, informazioni riservate o coperte dal segreto. È quanto emerge dalle migliaia di pagine di intercettazioni lette da Il Tempo e disposte dalla procura di Caltanissetta nel corso dell’inchiesta per calunnia sul figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, don Vito Ciancimino. Calunnia nei confronti dell’ex capo della Dia, Gianni De Gennaro, accusato da Ciancimino junior di essere (o di essere dietro) il fantomatico «signor Franco», l'agente dei servizi segreti, uomo-chiave della presunta trattativa Stato-Mafia che avrebbe agito sul crinale fra Cosa Nostra e istituzioni. Ben 184mila «progressivi» di captazioni telefoniche dalle quali emerge un quadro impietoso di Massimino, i suoi «asfissianti» rapporti coi mass media, le sue «immaginarie» ricostruzioni della storia d'Italia nei mesi che vanno dall'uccisione dell’andreottiano Salvo Lima, marzo 1992, fino all'arresto di Totò Riina, gennaio 1993. Pagine e pagine di telefonate nelle quali il figlio di don Vito dice la sua sul «signor Franco», sulle varie fasi della «trattativa» e sul «papello», il presunto documento contenente le condizioni poste dalla mafia allo Stato per porre fine alle stragi. Ciancimino tesse, giorno per giorno, ora dopo ora, i suoi rapporti con la carta stampata, telefona e riceve chiamate, chiede, consiglia, pretende, dà indicazione, si fa rileggere gli articoli, ascolta e manipola. E parla. Parla tanto, Ciancimino. Ma alla fine non convince. 184MILA CHIAMATE Prima di annotare le 184mila telefonate che vanno dal marzo 2009 al dicembre 2011, la Dia di Caltanissetta traccia un quadro del personaggio che con le sue dichiarazioni ha terremotato le istituzioni, quadro che lascia esterrefatti. Ecco, infatti, cosa scrivono gli investigatori nisseni: «L'inizio della collaborazione del Ciancimino, incentrata prevalentemente sulla cosiddetta "trattativa", si è distinta per una certa univocità e coerenza (…). Le sue dichiarazioni su questi punti apparivano potenzialmente rilevanti (…)». Ma le indagini compiute attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, interrogatori, esame di materiale documentale ed informatico, hanno svelato il vero volto di Ciancimino: "Una personalità - scrivono gli investigatori - contraddittoria e mutevole (…) alla ricerca di suggestioni coloristiche, dimostrando altresì che egli (…) ha reso dichiarazioni sovente insuscettibili di riscontro, ovvero riscontrate negativamente ed in molti casi si è acclarato che non ha detto la verità, talvolta tacendo fatti, o indicando persone, assolutamente non compatibili con una ricostruzione logica investigativa degna di menzione». REITERATE MENZOGNE Una «scatola umana» colma di frottole. «Il complessivo apporto collaborativo del Ciancimino (…) ha deluso le iniziali aspettative - scrive ancora la Dia - e si è caratterizzato (…) per la sua abitudine di inventare circostanze inesistenti e perfino di attribuire a numerosi personaggi, prevalentemente appartenenti alle istituzioni, ruoli e/o responsabilità che non sembrerebbero corrispondere a verità». Per gli investigatori, dunque, siamo di fronte a un soggetto «alla costante ricerca di attenzione e di considerazione» che si esibisce con «performance teatrali non comuni». Il coinvolgimento di «personaggi appartenenti alle istituzioni, le reiterate e talvolta plateali bugie dispensate in maniera sistematica ed incalzante, prevalentemente con giornalisti di provata esperienza, la non comune capacità di adattarsi modulando, a seconda delle esigenze dell'interlocutore, reazioni ed atteggiamenti, mutevoli ed ingannevoli, e talvolta speculari tra loro, hanno suscitato, più volte, le ire delle persone destinatarie di siffatti trattamenti». LA REGIA ESTERNA Pietre, più che parole. Che inducono gli inquirenti nisseni a chiedersi cosa ci sia dietro: «La sensazione che detti atteggiamenti, apparentemente inspiegabili alla luce (…) della logica e del buon senso, possano celare un "disegno occulto e preordinato" ovvero "una regia esterna", è forte». Ma non c'è nulla, scrivono, che «supporti tale assunto». Piuttosto l’obiettivo di Ciancimino potrebbe essere semplicemente quello di «salvaguardare la propria persona ed il proprio patrimonio dalle inchieste giudiziarie». Invenzioni, dunque, pure patacche. Sul «signor Franco», ad esempio, la sua «progressione dichiarativa» è votata «esclusivamente a dare risposte eclatanti all'attenzione degli organi giudiziari (…) in un crescendo spasmodico di contraddizioni e palesi incongruenze». Non è un caso, allora, se nelle parole di Ciancimino, il «signor Franco» diventa anche Carlo, Gross, e persino Dolce e Gabbana, dalle iniziali «DG» dell'indicibile e potentissimo (ex) direttore del Dis, Gianni De Gennaro. «Le performance cui si è reso protagonista Ciancimino su «Franco sono degne di un navigato attore teatrale che fa del "trasformismo" la sua migliore arma». IL TRASFORMISTA Un esempio? Ciancimino chiama un giornalista di Michele Santoro e gli racconta di aver viaggiato di notte fino a Klagenfurt, in Austria, per recuperare alcuni fax sul papello. Peccato che, come scrivono gli inquirenti, la versione «contrasta in modo netto» con quelle fornite in altre telefonate. E così il «dipinto» di Ciancimino si «colora» anche di un altro particolare. Al telefono con una giornalista, spiega, infatti, che ha ancora da consegnare molta documentazione ai magistrati, ma che lo farà solo se le sue pendenze giudiziarie saranno risolte. Ma non è il suo peggio. In alcune occasioni, infatti, Ciancimino si è persino auspicato «un sequestro temporaneo» del suo libro, Don Vito, con la speranza di farsi pubblicità e vendere più copie. E infine, a futura memoria, la Dia riporta il momento in cui il figlio di don Vito, a dicembre 2004, non riesce, per le vie consuete, ad ottenere il passaporto, e dunque si rivolge altrove: «L'aiuto - riassumono gli investigatori - si sarebbe materializzato con l'interessamento di La Barbera attraverso il signor Franco. Detto assunto appare inverosimile» perché il prefetto Arnaldo La Barbera era morto già da due anni e perché, ascoltando telefonate su telefonate, riscontrando le dichiarazioni dei protagonisti e confrontandole con prove documentali, s’è capito che il «signor Franco» era un semplice barista. Di cui parleremo nelle prossime puntate. (1 continua)
«Ciancimino jr? Un attore. Racconta un sacco di bugie»
Il dossier della Dia sul super testimone della «Trattativa». Con i giornalisti inventa, detta la linea e si fa pubblicità STORIA DI MAX Da "figlio di..." a "pataccaro"
