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Soldi, faccendieri, edifici di culto. Il calvario del prefetto La Motta

La vicenda del prefetto Francesco la Motta, una vita al servizio del paese, 24 anni in polizia, cinque al Fondo edifici di culto e altri anni nell’ex Sisde (oggi Aisi), è emblematica di come in Italia, una volta caduti nello spietato ingranaggio della burocrazia della giustizia penale si possa finire stritolati. E delle diffamazioni sistematiche che i giornali incoraggiano e propagano senza che la vera vicenda venga fuori. Archiviato a Napoli, è finito sotto inchiesta per gli stessi reati a Roma. La Motta ha la sfortuna di venire indagato nella primavera del 2013 dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli con le più infamanti ipotesi di reato per un servitore dello Stato. Tutto nasce dalle millanterie di persone che avevano l’interesse a coinvolgere qualcuno importante, magari dei servizi, per coprire le proprie malefatte. Che nella fattispecie coincidevano, tra l’altro, con l’essersi impossessati, nella loro qualità di promotori finanziari infedeli, di cospicue somme appartenenti al Fondo edifici di culto (ente di cui il prefetto è stato a capo per quasi cinque anni): somme poi presumibilmente reinvestite in attività illecite anche legate alla camorra. Ma in realtà è stato il prefetto vittima due volte di questa truffa. Infatti - previa approvazione del consiglio di amministrazione dell’ente, addirittura precedente di un anno la sua nomina, di investire parte del patrimonio immobiliare presso vari istituti bancari - il Prefetto affidava nel 2006 circa dieci milioni di euro in titoli alla banca svizzera Hottinger (pare segnalata proprio dal presidente del cda, ex prefetto, Buoncristiano), con l’approvazione non solo del cda del Fec, ma soprattutto della Tesoreria di Stato. Solo nel 2013, quando ormai il prefetto La Motta era stato assegnato ad altri incarichi da oltre 7 anni, il ministero dell’Interno ravvisava una serie di ammanchi dovuti al fatto che proprio i promotori in questione, cioè l’ad della banca, il broker Rocco Zullino e l’ex promoter di Intesa San Paolo, nonché amico di infanzia del Prefetto Eduardo Tartaglia (entrambi in seguito rei confessi anche di riciclaggio oltre che di appropriazione indebita), avevano fatto sparire poco più di dieci milioni di euro. Pertanto il prefetto, a sua insaputa, si ritrova addirittura coinvolto con l’accusa di essere la mente dell’ammanco e della truffa, per il solo fatto di aver ricoperto il ruolo di direttore centrale del Fec quasi dieci anni prima e per il fatto di avere un amico che ha truffato lo Stato. Una vicenda quasi pirandelliana. Così, mentre l’inchiesta di Napoli si avviava al suo naturale epilogo, nel riconoscere la piena estraneità per il prefetto La Motta per le accuse addebitategli, se ne apriva una parallela tuttora in corso in cui la procura riusciva ad ottenere anche un provvedimento cautelare: un trattamento di solito riservato ai peggiori pregiudicati, come quelli che si pensa siano stati in contatto con il duo Zullino-Tartaglia, che hanno avuto tutto l’interesse nel coinvolgere il prefetto nella loro vicenda criminale per buttare la cosa in caciara - come si dice a Roma - millantandone i rapporti di «collaborazione». In particolare Zullino, che era entrato con la banca Hottinger nella fiducia del ministero dell’Interno pare soprattutto, grazie alla presentazione elogiativa fatta dal prefetto Buoncristiano e da un voto favorevole del cda del Fec con cui si dava via libera all’investimento di poco più di dieci milioni di euro nella banca stessa; una volta inchiodati alle proprie responsabilità non trovava niente di meglio da fare che coinvolgere un grosso capro espiatorio come La Motta. Oggi, a distanza di un anno e mezzo dall’inizio della vicenda giudiziaria, La Motta, che nel frattempo ha avuto vita distrutta (sia sotto un profilo fisco che morale) e una carriera pesantemente condizionata dagli eventi, deve assistere da spettatore all’apertura del processo a carico degli imputati Tartaglia e Zullino presso il Tribunale di Napoli, e a Roma proprio per l’accusa di avere falsificato le sue firme.

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