Il proselitismo islamico è un fenomeno che non può più essere sottovalutato. Per questo la procura di Roma ha aperto un fascicolo per scovare dove possono annidarsi i predicatori che incitano alla jihad e chi sono i loro adepti. Il pm Tiziana Cugini, con il coordinamento del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, a capo del pool antiterrorismo, ha iniziato a raccogliere tutte le informazioni utili a tracciare, innanzitutto, i contorni del fenomeno. Al momento non ci sono indagati. Ma l’ipotesi di reato potrebbe essere proprio l’articolo 270 e seguenti del codice penale che punisce con la reclusione chi costituisce o partecipa ad associazioni sovversive, con finalità di terrorismo. La difficoltà degli inquirenti è muoversi in questo mondo, che fa di tutto per rimanere nascosto e sommerso, e distinguere la parte moderata dell’Islam, da chi ha come «missione» quella di inculcare la dottrina fondamentalista. Uno dei primi ostacoli alle indagini è rappresentato dalla lingua. Persino nell’affidare l’incarico di tradurre testi e discorsi dall’arabo all’italiano: gli inquirenti dovranno prestare attenzione scegliendo interpreti di cui si possano fidare ciecamente e che non «manipolino» le traduzioni. Insomma, un mondo vasto e misterioso ancora tutto da scoprire che in Italia ha un sommerso notevole. Il nostro Paese, infatti, è considerato il trampolino di lancio per tutti gli aspiranti jihadisti che, anche attraverso gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste, serve da base per lo smistamento dei mujaheddin in Occidente. L’Italia, poi, secondo gli analisi avrebbe sottovalutato la presenza dei reduci della guerra in Bosnia, che non hanno mai smesso di trasmettere il messaggio jihadista anche dal carcere e che oggi sono a fianco dell’Isis. I nuovi terroristi capeggiati da Abu Bakr al-Baghdadi e che hanno come obiettivo quello di ricostituire il Califfato, in un primo momento hanno lasciato credere di essere altra cosa rispetto ad Al Qaeda. All’inizio le due organizzazioni miravano a superarsi in fatto di azioni messe in campo e grandezza raggiunta. In seguito le divergenze si sono assottigliate. L’Isis, infatti, voleva superare Al Qaeda e le gesta dello «sceicco del terrore». L’obiettivo è portare a termine azioni eclatanti per aumentare il consenso tra i folli jihadisti. Ora, invece, l’odio comune verso l’Occidente ha fatto si che arrivassero minacce da entrambe le parti e inviti rivolti alle cellule in sonno, sparse in tutto il mondo, ad attivarsi. Secondo l’antiterrorismo in Italia sono 211 le persone che compongono la lista dei soggetti ritenuti a rischio perché vicini al network del terrore jihadista. Sono i «lupi solitari», quelli che all’interno della follia jhadista propagandata dall’Isis, si muovono in assoluta autonomia, sulla base di iniziative individuali, proprio come ha fatto Zehaf-Bibeau in Canada. Una sorta di black-list stilata dalle nostre forze di polizia, che hanno individuato tutti quei soggetti «radicalizzati» sull’intero territorio nazionale e che potrebbero compiere gesti solitari. Il fenomeno interessa tutta l’Italia, da nord a sud, anche in quei luoghi in cui non sono presenti moschee e centri islamici che raccolgono i fedeli e che, in alcuni casi, diventano punti nevralgici per l’indottrinamento e il reclutamento. Di questa lista di «attenzionati» fanno parte convertiti italiani, immigrati di seconda generazione e volontari della jihad che sono partiti o che potrebbero farlo, per andare a combattere in Siria e Iraq con i miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi. L’Italia, dunque, è ad alto rischio emulazione di azioni stile Ottawa. Dopo l’attentato che ha scosso il Canada e in cui è morto uno degli autori, Michael Zehaf-Bibeau, anche il resto dei Paesi occidentali sono costretti a fare i conti con figure inquietanti che potrebbero commettere azioni terroristiche in nome di Allah. Nel vasto panorama italiano, poi, ci sono i combattenti volontari, che dall’Italia sono partiti o sono pronti per farlo, per arruolarsi tra le fila dei miliziani dello Stato islamico in Siria e Iraq. Una realtà che conta 48 persone individuate dall’intelligence, ma altrettante potrebbero essere ancora quelle non censite. Si tratta di italiani convertiti e di immigrati di seconda generazione che hanno scelto di abbracciare la jihad andando sui teatri di guerra. Solo a Roma, una ventina di giovani di seconda generazione, tutti tra i 18 e i 28 anni, sarebbero pronti a raggiungere i miliziani di al-Baghdadi. Un fenomeno sommerso che sfugge anche al controllo delle forze dell’ordine. Si tratta di quei giovani nati in Italia da famiglie arrivate nel nostro Paese almeno da vent'anni, e che sono assolutamente insospettabili. Studiano, lavorano e conducono uno stile di vita in tutto e per tutto occidentalizzata, ma in testa hanno solo la jihad. Non frequentano le moschee e l’indottrinamento e l’arruolamento avvengono attraverso internet.
Predicatori della jihad Indagano i pm di Roma
Aperta un’inchiesta sui fondamentalisti islamici. Nel mirino moschee, carceri e venti sospettati
