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Tre secoli di carcere per i mafiosi di Ostia

Chiesta la condanna per i Fasciani e i Triassi I pm: gestivano droga e concessioni demaniali

Oltre tre secoli di carcere: queste le richieste della procura di Roma sui 19 imputati che avrebbero fatto parte della mafia di Ostia che, dopo una requisitoria fiume durata oltre 5 ore, sono arrivate nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia. Una requisitoria durissima, quella tenuta dal pm Ilaria Calò e dall’aggiunto Michele Prestipino, che hanno raccontato al collegio giudicante del giogo asfissiante che il clan Fasciani e il clan Triassi (legati da interessi comuni) avevano posto sulla spiaggia di Roma. Una requisitoria che ha raccontato alla Corte degli innumerevoli attentati incendiari, delle gambizzazioni, delle intimidazioni e dell’usura; e ancora delle armi, delle interposizioni fittizie, dei collegamenti con Cosa nostra siciliana: un racconto che sembra essere venuto fuori da una delle città del meridione e che invece investe come un treno il litorale della Capitale che, per gestire meglio gli affari, era stato spacchettato tra due clan di prima grandezza. Da una parte i Triassi (emanazione diretta delle famiglie siciliane dell’agrigentino da anni ormai con solidi interessi nel Lazio) dall’altra i Fasciani (che dalla loro iniziale posizione di malviventi di strada sarebbero riusciti ad effettuare il grande salto verso il giro che conta), e in mezzo quel territorio a sud della Capitale che per i clan del crimine organizzato (tra concessioni demaniali sulla spiaggia e la droga da piazzare, attraverso i canali preferenziali tracciati dal Michele «O pazzo» Senese) era diventato ormai terreno di conquista. FEUDO CONTESO Ostia però non è Palermo né Reggio Calabria o Caserta e il territorio quindi non può essere suddiviso con le stesse metodologie delle cellule madri. La suddivisione del territorio infatti è frutto di una «pax armata» che vede tutti sul chi vive: «Viene evidenziata – ha raccontato in aula il pm che ha chiesto 325 anni di galera – la differenza con Palermo, dove il controllo su un determinato territorio è di tipo monopolistico e non può che fare riferimento a un’unica associazione di tipo mafioso: Cosa nostra, modello nel quale la suddivisione in zone di influenza tra famiglie di mafia è assolutamente rigida e compartimentata; il modello romano non può che essere diverso: in regioni diverse da quelle di origine le mafie tradizionali non hanno una posizione predeterminata di monopolio e la posizione reciproca di associazioni di pari livello consegue all’applicazione di un principio pattizio, soluzione resa necessaria dal dato stesso della loro compresenza». Una pace quindi «ritagliata» sulle necessità del territorio e a cui i clan dei Fasciani e dei Triassi si adeguano senza colpo ferire: «Il criterio di ripartizione viene concordato dai vertici delle organizzazioni criminali, non vi è monopolio di una sola organizzazione di tipo mafioso come in contesti siciliani o calabresi né, come nel contesto tipico palermitano, il criterio di suddivisione del territorio di influenza tra le diverse famiglie di Cosa nostra è legato alla "zona"; il criterio per regolare la coesistenza in una pax armata (sempre armata) può essere anche legato alla tipologia di attività criminali o può riguardare la realizzazione di temporanee joint venture per singoli affari criminali». A Roma quindi – come scriveva appena una manciata di anni fa la Dna - «c’è posto per tutti»: basta solo trovare i giusti equilibri. LE RICHIESTE E in questa Babele fatta di mafia autoctona (i Fasciani) e «importata» (i Triassi, così come il gruppo minoritario ma emergente degli Spada) a fare da agnello sacrificale erano le attività produttive di Ostia (gli stabilimenti balneari prima di tutto ma anche altre attività che erano finite nel mirino dei clan) che, loro malgrado, sono state costrette a confrontarsi per anni con il gioco sporco effettuato dai clan finiti nell’inchiesta «nuova alba». Le condanne più pesanti sono state avanzate nei confronti di Carmine Fasciani (considerato il mammasantissima di Ostia) per cui la Procura ha chiesto 30 anni di reclusione; e poi il fratello «Garibaldi» (20 anni) oltre alla moglie e alle figlie Azzurra e Sabrina (considerate come attive nelle attività produttive figlie del malaffare, rispettivamente: 18, 26,12 anni di carcere). E ancora i fratelli Vito e Vincenzo Triassi (dalla gambizzazione di Vito partì l’input per la maxi inchiesta e per i quali sono stati richiesti 18 anni di reclusione). E poi i professionisti, i direttori di banca, i cittadini ignavi. Nella spiaggia di Pasolini risuonano i colpi della mafia, che forse con questo maxiprocesso potrebbero rimanere cristallizzati: sullo sfondo resta lo strano incendio al deposito delle concessioni demaniali di qualche giorno fa.

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