Nessun addebito del genere fu riscontrato dal Comitato Parlamentare; fu nostro dovere istituzionale rendere pubblico che, nell’ambito dell’inchiesta, erano stati «tracciati» i telefoni di Autorità che andavano dal Quirinale a molti Ministeri, dall’Ambasciata Americana al Consiglio Superiore della Magistratura, da alti esponenti dei Servizi di Informazione e dell’Antimafia a centinaia di altri soggetti. Se l'acquisizione di dati di Ministri e parlamentari è vietata dalla legge, ed è stata sanzionata, un punto fondamentale rimane la costituzione di uno sterminato «archivio», in mani di un consulente privato, i cui dati venivano «incrociati» in inchieste diverse, mentre le connesse «linee investigative» - commissionate dal dr. De Magistris e pagate dal contribuente - venivano utilizzate in interviste e conferenze pubbliche. Nel frattempo, quelle inchieste giudiziarie calabresi venivano in gran parte naufragando, o finivano in proscioglimenti e assoluzioni stabiliti da altri Magistrati. Questi dati telefonici, come lo stesso Genchi ha dichiarato, restano tuttora nella sua disponibilità (asseritamente, per consentirgli «di difendersi nelle cause giudiziarie»). Si tratta di milioni di informazioni che riguardano persone mai sottoposte a indagini, che uffici giudiziari troppo frettolosi - con l'obiettivo, in diversi casi, di utilizzare l'«Archivio Genchi» per ottenere elementi utili a risolvere casi delittuosi - hanno consegnato a un privato, invece che alle unità specializzate di Carabinieri e Polizia. Tutti elementi, caro Direttore, a mio avviso importanti, e su cui riflettere attentamente. Raccolsi gli sfoghi di tanti suoi colleghi increduli del credito mediatico di cui il Nostro godeva, e confrontai quelle confidenze con gli atti delle sue inchieste che terremotavano le istituzioni locali e l’intera Repubblica. Rimasi basito. Così come senza parole rimasero i colleghi del Csm che lo punirono e lo misero alla gogna. Giggino o’ flop (così era soprannominato) si buttò allora in politica dopo aver giurato che non l’avrebbe fatto mai. Quando un avversario si ritrovava sott’inchiesta reclamava dimissioni, pulizia, trasparenza. Quando nei guai ci finiva lui, ogni volta era un distinguo e di dimissioni guai a parlarne. Oggi che l’hanno condannato a un anno e tre mesi per aver acquisito illegalmente informazioni telefoniche senza l’autorizzazione del parlamento, fosse coerente con se stesso tirerebbe fuori gli attributi e lascerebbe seduta stante la poltrona di sindaco di Napoli. All’ora in cui andiamo in stampa, di un suo addio non c’è traccia. Fosse vivo Sciascia, non avrebbe dubbi se definirlo un ominicchio o un quaquaraquà.
Tutti quei numeri archiviati E adesso dimissioni immediate
Nessun addebito del genere fu riscontrato dal Comitato Parlamentare; fu nostro dovere istituzionale rendere pubblico che, nell’ambito dell’inchiesta, erano stati «tracciati» i telefoni di Autorità...