Costretti a pagare una fortuna per il «viaggio della speranza», che spesso si trasforma in un inferno. Rinchiusi per giorni in capannoni sporchi e desolati. Spogliati dei loro averi prima della partenza. E poi picchiati, accoltellati, buttati in mare come rifiuti. È il destino di molti profughi e migranti che fuggono dai loro Paesi per raggiungere il Vecchio Continente, «promessa» di libertà e benessere. È stato così il 3 ottobre 2013, data del tragico naufragio al largo di Lampedusa, la «porta» meridionale d’Europa, l’isola-miraggio che ha accolto sulla sua terra migliaia di disperati e nelle sue acque centinaia di cadaveri. Quelli del 3 ottobre furono 366. Ma non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima. Naufragi, annegamenti e assassinii si sono ripetuti nel tempo, anche se con un numero di vittime inferiore e, quindi, con meno clamore «mediatico». Stesso copione domenica 24 agosto: 364 migranti sono stati salvati dalle navi della Marina militare e dalla motovedetta della Capitaneria di Porto Fiorillo, 18 i corpi senza vita recuperati, da 10 a 20 i dispersi. Ed è l’autopsia sui cadaveri che ha rivelato i feroci maltrattamenti subiti dai «passeggeri» del gommone. Le percosse, in alcuni casi, sarebbero state fatali. Gli esami medico-legali hanno permesso di scoprire fratture letali alla testa e alla colonna vertebrale, procurate probabilmente da sprangate. Altri migranti sarebbero morti per «asfissia in sommersione», annegati nei pochi decimetri di miscela di acqua e carburante che si era accumulata sullo scafo, schiacciati dagli altri compagni di viaggio. Altri ancora sarebbero caduti in mare. A perdere la vita anche due «scafisti». A raccontarlo è stato un terzo, un diciannovenne originario del Gambia, Gibril Jammeh. Sarebbe stato lui, secondo i testimoni, a condurre il gommone. Ora dovrà rispondere di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e del reato di «morte come conseguenza di un altro delitto». «Sono stato io a pilotare il gommone - ha raccontato Gibril agli investigatori - Ho raggiunto un accordo con i libici. Mi sono presentato dicendo che avevo fatto il pescatore e che ero pronto ad assumermi questa responsabilità ma volevo dei soldi, che loro mi hanno promesso, perchè non ne avevo per pagare il viaggio. Purtroppo - ha aggiunto - il gommone si è forato a prua. Ho fatto di tutto per far stare calme le persone, ma si sono fatte prendere dal panico, molti sono caduti in acqua, alcuni non sono più riemersi, anche altri due scafisti sono andati giù. Qualcuno ha svuotato le taniche di benzina per assicurarsi un appiglio se fosse caduto in acqua, ma il carburante è caduto all’interno della barca». Quello che Gibril non dice è che cosa è accaduto prima del naufragio. Una storia scritta sui corpi senza vita di alcune delle diciotto vittime. In altri episodi, invece, sono stati intercettazioni e interrogatori a svelare l’agghiacciante realtà. È successo in occasione dell’ecatombe di Lampedusa del 3 ottobre. Gli immigrati subirono pestaggi, torture, le donne vennero stuprate. Nove «scafisti» finirono in cella. Emblematica la conversazione telefonica del 31 ottobre, tre settimane dopo, tra due dei trafficanti di uomini: «Le persone vanno picchiate, ti assicuro che non gli fa male perché tu lo fai per il loro bene...», dice uno. Ma non serviva intercettare i due per sapere quello che era successo sul malandato peschereccio. Un sopravvissuto eritreo, infatti, ha raccontato l’orrore: «Siamo stati costretti a stare in piedi tutta la giornata e ci obbigavano a vedere i nostri compagni mentre venivano torturati con vari mezzi, con manganelli, scariche elettriche sulla pianta dei piedi. Chi si ribellava veniva legato con una corda collegata alle gambe e al collo, in modo che, se si muoveva, soffocava. Alcune donne, che non potevano pagare il viaggio, sono state violentate e poi uccise». Altrettanto agghiacciante il racconto dei sopravvissuti alla traversata dalle coste libiche a quelle italiane, profughi e migranti soccorsi il 19 luglio dalla petroliera Torm Lotte e interrogati dagli investigatori della Mobile di Messina. Le vittime furono oltre cento. Una strage che ha portato in carcere cinque uomini, un palestinese, un saudita, un siriano e due marocchini. Chi ce l’ha fatta li ha riconosciuti senza dubbi e li ha messi di fronte alle loro responsabilità. Prima della partenza c’era stata una brutale «selezione». La maggior parte delle persone di colore era stata sistemata nella stiva. «Per non farci uscire hanno chiuso a chiave la porta e hanno tolto la scaletta», ha spiegato un testimone, un senegalese di 25 anni. Pochi minuti e il caldo, le esalazioni dei gas di scarico e il calore dei motori hanno reso l’aria irrespirabile. «Per questo abbiamo tentato di forzare la porta - ha spiegato il giovane - che era bloccata da cinque siriani armati di coltello». Gli occupanti, mezzi asfissiati, sono riusciti lo stesso ad aprirla con la forza della disperazione. Invano. Ad attenderli c’erano i loro carcerieri. «Una siriana e un nigeriano sono stati uccisi subito, i loro corpi gettati fuoribordo», ha continuato il teste. A questo punto, i trafficanti hanno iniziato «ad accoltellare e buttare in acqua una sessantina di immigrati». Con quello del gambiano, salgono a 102 gli scafisti arrestati nel 2014 nel porto ragusano di Pozzallo. Ma sono solo gli esecutori. I mandanti restano spesso nell’ombra. E fanno profitti milionari. «Dietro alle decine di migliaia di migranti che ogni anno arrivano in Europa - scrivono Andrea De Nicola e Giampaolo Musumeci nel loro libro "Confessioni di un trafficante di uomini" - c’è un’industria fatta di piccoli delinquenti, a volte di miserabili, ma anche e soprattutto di grandi professionisti del crimine, gente in doppiopetto, veri e propri uomini d’affari il cui fatturato mondiale è secondo solo a quello della droga».
Picchiati, torturati e assassinati Ecco le traversate dell’orrore
Maurizio Gallom.gallo@iltempo.it Costretti a pagare una fortuna per il «viaggio della speranza», che spesso si trasforma in un inferno. Rinchiusi per giorni in capannoni sporchi e desolati....