Non solo la salute. Non solo il lavoro. Anche la giustizia, nell’Italia del 2014, rischia di diventare un lusso accessibile solamente alle tasche di pochi. Si tratti di intentare una causa di risarcimento in sede civile, di attivare un ricorso al Tar o al Consiglio di Stato, di rivolgersi al tribunale del lavoro per vedersi riconosciuti diritti un tempo considerati fondamentali. È difficile rintracciare un settore nel quale, negli ultimi due anni, la necessità di fare cassa non abbia indotto le mani dello Stato a infilarsi con prepotenza nelle tasche del cittadino, frugando e rastrellando, imponendo gabelle e dazi dal sapore medievale e gonfiando (loro malgrado) le parcelle degli avvocati. L’ultima prodezza predatoria l’ha compiuta il governo di Matteo Renzi. Il decreto sulla P.A. approvato dal consiglio dei ministri il 24 giugno 2014, tra un intervento epocale e l’altro sulla nostra pubblica amministrazione, tradisce gli appetiti famelici dello Stato nella parte dedicata a chi intende concedersi lo sfizio di agire in sede civile intentando causa. Il governo degli 80 euro ha infatti apparecchiato una raffica di aumenti per il contributo unificato: per i processi di valore fino a 1.100 euro, si è passati da 37 euro a 43 euro in primo grado, mentre chi vuole agire in appello deve spendere 64,50 euro invece di 55,50 e chi va in cassazione dovrà spendere dieci euro in più. Gli aumenti crescono in progressione man mano che aumentano i risarcimenti richiesti. Fino a raggiungere spread da quasi 400 euro per le cause di valore superiore a 520.000 euro: si è passati da 1.466 a 1686 di contributo unificato in primo grado, da 2.199 a 2.529 in appello e da 2.932 a 3.372 per chi vuole provare il brivido della cassazione. In generale l’aumento deciso dal governo è del 15 per cento in più. Guai poi al difensore sbadato, che dimentica di indicare il proprio indirizzo di posta elettronica certificata e il proprio numero di fax, ovvero alla parte che ometta di indicare il codice fiscale nel versare il contributo unificato: in quel caso la somma dovuta aumenta automaticamente della metà. «E si pensi che, se l’impugnazione è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte deve ripagare il contributo un’altra volta - spiega Ivano Cimatti, civilista romano che ha fatto un monitoraggio attento dell’escalation di costi e balzelli imposti alla categoria - In dieci anni, i governi hanno aumentato la normativa sul contributo unificato ben 8 volte - spiega - E ogni volta, come con il dl 90/2014, si aumentano le tariffe del 10/20 per cento. Non basta: il governo ha anche aumentato la marca da bollo che va sempre depositata, schizzata da 8 a 27 euro. All’inizio quest’ultima serviva per compensare i costi delle comunicazioni di cancelleria. Adesso, col processo civile telematico, questa tassa è sicuramente un obolo incostituzionale». Dal 2011, dulcis in fundo, colui che interviene in una causa già avviata deve ripagare un’altra volta il contributo unificato, anche se il processo è lo stesso. «Segno che il fine è uno soltanto: fare cassa», glossa amaro Cimatti. Stufo di pagare, come tutti i suoi colleghi, ma anche di vedere una giustizia sempre più appannaggio di pochi e, soprattutto, di confrontarsi con spese spesso non giustificate dalla tipologia di servizio preteso per estorcere l’obolo. Un esempio per tutti è offerto dalla nuova tabella per le spese di cancelleria entrata in vigore il 3 maggio 2014, relativa ai diritti che si devono pagare per estrarre copie cartacee via pec o su cd degli atti. Per avere una copia su compact disc, senza urgenza, si devono spendere 306,97 euro. Con urgenza invece, cioè dopo tre giorni dalla richiesta, la tabella prevedeva alla sua uscita una spesa di 920,21 euro. La forbice tra la percentuale divorata dallo Stato e il costo di un supporto fisico che non supera i 20 centesimi o poco più non ha bisogno di commenti. Così come l’ammontare del contributo unificato che è costretto a versare la piccola impresa che voglia fare ricorso alla giustizia amministrativa per un appalto: si va dai 6.000 agli 8.000 euro per potersi presentare davanti al Tar, arrivando ai 9 mila euro necessari per spingere le proprie ragioni fino al consiglio di Stato. La macchina pubblica pasteggia e specula anche, diversamente rispetto al passato, sul sul diritto al lavoro: per le controversie individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego lo Stato intasca una cifra pari al 50 per cento del contributo unificato previsto nei procedimenti civili ordinari. E chi decidesse di far valere i propri diritti levando il proprio grido fino al Colle, deve sapere che per il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica la cifra da sborsare è di 650 euro.
Per la copia di un cd 900 euro. Anche i tribunali fanno cassa
Nell'Italia del 2014 la giustizia rischia di diventare un lusso inaccessibile dopo l'approvazione del decreto sulla Pubblica Amministrazione L'INTERVISTA Galletti: "I cittadini potrebbero affidarsi alla criminalità"
