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«Sul corpo di Yara i peli del muratore»

Il medico legale: sulla 13enne tracce di Bossetti

Si aggrava la posizione di Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore di Mapello incastrato, dopo quasi quattro anni di indagini, dalla prova «regina» del dna. Sarebbero infatti di «Ignoto 1» i peli rinvenuti dagli inquirenti sul corpo di Yara Gambirasio. Poche tracce, frammenti minimali che però, dopo essere stati analizzati dagli esperti dell’università di Pavia – esperti nominati come periti di parte dalla Procura di Bergamo – coinciderebbero con il profilo genetico dell’operaio 44enne. Una nuova tegola quindi per l’indagato principale dell’omicidio della piccola ginnasta di Brembate di Sopra, finito nella rete degli investigatori grazie a un «finto» etilometro, con il quale gli investigatori sono riusciti a risalire al profilo genetico del presunto assassino. Il professore Fabio Buzzi, dell’università di Pavia – lo stesso che dopo migliaia di prove sarebbe riuscito a risalire all’identità dell’indagato – è certo di questo nuovo elemento, tanto che la relazione tecnico-scentifica che segnerebbe l’ennesimo tassello dell’impianto accusatorio, dovrebbe essere presentata nei prossimi giorni nelle mani del pm Letizia Ruggeri. La presenza dei peli dell’indagato segnerebbe poi una prova decisiva nell’inchiesta: l’indagato infatti ha provato a difendersi dal carcere dicendo che il suo dna potrebbe essere stato «portato» sul corpo della bambina da un altro individuo che gli avrebbe sottratto gli attrezzi da lavoro (gli stessi che l’assassino avrebbe utilizzato per tagliare di netto il reggiseno di Yara): alibi che però non potrebbe essere utilizzato nel caso arrivasse la conferma della compatibilità dei peli di Bossetti. Quello di ieri è quindi l’ennesimo colpo di scena di una vicenda controversa, iniziata un pomeriggio umido del novembre del 2010 quando della 13enne Yara Gambirasio si perse ogni traccia. La ragazzina aveva appena finito di allenarsi nella palestra a due passi dalla casa che divideva con i genitori prima di sparire. Il suo corpo senza vita fu poi ritrovato in un campo abbandonato a Chignolo D’Isola. Dal canto suo Bossetti, rinchiuso in regime di isolamento nel carcere di Bergamo, continua a professarsi innocente, negando ogni addebito. La prova del Dna raccolto sugli indumenti intimi della piccola Yara (oltre naturalmente a quello rinvenuto sui peli) incastrerebbero il presunto assassino. Ma la battaglia a colpi di perizie deve ancora iniziare. Bossetti fu arrestato lo scorso 15 giugno mentre si trovava, come ogni mattina, sul cantiere dove lavorava come muratore: sul suo capo l’accusa di avere rapito la tredicenne e di averla abbandonata in un campo incolto in uno dei t anti paesi ai piedi della Val Brembana dove la giovane sarebbe morta di stenti. Un’accusa pesantissima a cui gli investigatori sono arrivati in seguito ad un’indagine «monumentale» partita da una traccia di sangue rinvenuta sugli indumenti intimi della ragazzina. Una semplice traccia di sangue da cui gli esperti sono riusciti a isolare il profilo genetico di quello che per anni è stato chiamato «Ignoto 1». E proprio partendo da quella traccia di materiale organico che gli inquirenti hanno iniziato una caccia all’uomo «che – per usare le parole degli investigatori – passerà alla storia». Partendo da pochissimi elementi – neanche una telecamera era in funzione nei dintorni dell’omicidio in quel novembre del 2010 – gli inquirenti hanno iniziato a prelevare tracce di dna fino a risalire al profilo genetico di Giuseppe Guarinoni, un autista morto diversi anni prima l’omicidio di Yara. Incrociando dati scientifici, testimonianze e archivi polverosi, gli investigatori sono risaliti alla relazione extraconiugale che Guarinoni avrebbe avuto con la madre dell’indagato: trovata la madre, il più era fatto. Ora questa ennesima prova per la procura avrebbe chiuso il cerchio sull’omicidio che ha sconvolto la tranquilla provincia di Bergamo. Ma per la difesa, invece, la battaglia giudiziaria deve ancora iniziare.

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