Quattordici febbraio 2014, ore 15.23, un autotrasportatore: «Perfetto... perfetto... è quella roba de stamattina che faceva schifo, quattro sassi grossi sopra e il resto tutta monnezza». 19 febbraio, ore 7,27, Simone De Amicis: «Sono pietre bucate... Ahahah e ma è un peccato pure buttarle quelle... quelle so’ da giardino so?». 12 marzo, 7,19, un altro conducente di Tir: «M’ha scaricato un viaggio di merda e invece serviva roba bona pe’ finì de riempì il cassone...». C’è quanto basta per avere pesanti sospetti nel decreto di sequestro preventivo firmato dal gip Ferri. Lui è lapidario: «I materiali (utilizzati per il mantenimento dei cassoni a mare) per caratteristiche, qualità, dimensioni, provenienza e natura sono del tutto difformi da quanto previsto nei capitolati d’appalto». Secondo il giudice, la provenienza sarebbe dalla cava Sassicari di Pietro Lo Monaco «non autorizzata o comunque diversa da quella indicata nella documentazione prodotta». Stando alle carte le rocce portate in cantiere risulterebbero «di dimensioni inferiori a quelle previste e, in frequenti casi, mescolate a terra e marma». Non solo. Il Gip scrive che «le caratteristiche geologiche sono difformi da quelle richieste». E ancora, le pietre sarebbero pure inferiori a quelle previste per «caratteristiche di resistenza e di compressione». Per cui i cassoni sarebbero stati riempiti «con materiale deteriore». Le ipotesi sono gravi. Secondo le indagini portate avanti sin qui dai carabinieri del Noe le anomalie non riguarderebbero solo la fase finale, in cui tutto finisce sott’acqua. Le ipotesi di reato fatte sue dal Gip riguardano anche la fase di estrazione delle rocce, irregolare anche questa: «Il materiale - scrive nel provvedimento preventivo - viene estratto ricorrendo ad un martello pneutmatico utilizzato tramite escavatore e caricato sui mezzi meccanici senza alcuna selezione, con terra e marma mescolata alla roccia. L’estrazione - prosegue - avveniva presso una cava (dei Sissicari, di proprietà della società Stone&Green di Pietro Lo Monaco) diversa da quella (la cava Fioritta) indicata nei documenti di trasporto esibiti a personale del Corpo forestale nel corso di un controllo amministrativo. La cava da dove provengono effettivamente i materiali impiegati nei lavori non è autorizzata a procedure di estrazione con finalità industriali e costruttive». Poi la chicca: «È stato inoltre acquisito un filmato in cui un autocarro della società Fantozzi proveniente dalla cava di Basilina presso Bagnoregio (nel Viterbese), prima di recarsi nel porto di Civitavecchia a scaricare il materiale, effettuava una sosta presso gli impianti di recupero di rifiuti edili "Nuova Eco Edilizia».
«Quella roba fa schifo, tutta monnezza»
Ecco le conversazioni tra autotrasportatori e colleghi nell'area della costruzione
