Assalto in stile Far West per liberare il presunto boss della ’ndrangheta. Ieri, intorno alle 15, a Gallarate, in provincia di Varese, un commando formato da quattro persone ha assaltato un furgone della polizia penitenziaria che trasportava verso il tribunale galleratese il sospetto boss della ’ndrangheta Domenico Cutrì, e lo ha liberato. Ma solo dopo una sparatoria nella quale sono rimasti feriti lievemente due agenti e uno dei fratelli di Cutrì, che dopo qualche ora si è costituito ai carabinieri perché colpito a un piede. L’altro fratello dell’evaso, Antonio, è invece rimasto ucciso. Gli agenti della polizia penitenziaria stavano trasportando Cutrì, quando il furgone è stato affiancato da una Polo nera dalla quale è sceso un bandito, che prima ha preso in ostaggio un passante, poi ha intimato agli agenti di posare le armi e lasciare libero il detenuto. Nella sparatoria sono stati esplosi almeno 30 colpi e due agenti sono rimasti leggermente contusi: uno con un trauma cranico dopo essere stato spinto dalle scale del tribunale di Gallarate; l'altro ha dei problemi agli occhi perché i banditi hanno usato anche dello spray al peperoncino. In una seconda auto, una Citroen C3, sono stati trovati fucili d’assalto. Ad avere la peggio è stato il fratello del boss liberato, Antonio Cutrì. Ferito gravemente nello scontro a fuoco con la polizia, è stato portato dai banditi a Cuggiono, nel milanese, a casa della madre, che, secondo una prima versione dei fatti, lo avrebbe trasportato in ospedale a Magenta dove è morto poco dopo. In realtà sarebbero stati gli stessi banditi ad accompagnare madre e figlio in fin di vita davanti all’ospedale, per poi fuggire. In casa della madre sono state trovate anche delle manette, che però non sono quelle che legavano i polsi del boss. Domenico Cutrì, 32 anni, era stato condannato all’ergastolo per l'omicidio di un giovane polacco commesso a Trecate (Novara) nel 2006, quando era appena 24enne. La «colpa» del ragazzo era stata quella di aver dato un’occhiata di troppo alla sua fidanzata. Venne arrestato, ma solo dopo tre anni di latitanza, in un appartamento di Milano in compagnia proprio del fratello Antonio, rimasto ucciso. Per quell’omicidio si è sempre dichiarato innocente, nonostante la condanna in primo e secondo grado. Ha addossato da sempre la colpa all’autore materiale del delitto, Manuel Martelli, già condannato a 16 anni col rito abbreviato. Per un momento si era procurato anche un alibi, che però si è rivelato falso. Una donna che in tribunale dichiarò di avere avuto una relazione con Cutrì, sostenne che la notte dell’omicidio dell’operaio polacco i due amanti fossero in compagnia in un albergo. Ma era una bugia dalle gambe corte presto svelata dagli inquirenti. Cutrì è residente a Legnano ma di origini calabresi. I genitori sono di Melicuccà (Reggio Calabria), paese che hanno lasciato negli anni ’60 per trasferirsi prima in Piemonte e poi in Lombardia. È omonimo del boss della 'ndrangheta ucciso nel 2008 in un agguato e genero del boss Alvaro. Fino al 2013 si trovava nel carcere di Saluzzo (Cuneo), dal quale era stato spostato dopo che un confidente aveva rivelato che c’era un piano per farlo evadere. Il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha commentato l’episodio su Facebook: «Sono i primi effetti bastardi dell'infame legge "svuota carceri". A Roma ci pensano per legge, ma alcuni delinquenti non hanno pazienza e agiscono per conto loro». Per Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, «se fosse stata obbligatoria la videoconferenza per detenuti di alta sicurezza il gravissimo episodio di oggi non si sarebbe verificato. Si risparmiano soldi e tempo e soprattutto si annulla il pericolo per l’incolumità degli stessi agenti di polizia penitenziaria e dei passanti».
L’assalto in stile Far West e la fuga del boss
Un commando attacca la polizia per liberare il boss. Nella sparatoria restano feriti due agenti e un fratello dell'evaso. L'altro resta ucciso
