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La mamma: «L’altra madre non mi ascoltò»

Allarmi inutili, perché tanto la mamma sfruttava la prostituzione della figlia di 14 anni. Questo uno degli spaccati che emergono dal provvedimento del Tribunale del Riesame di Roma, nel procedimento...

Allarmi inutili, perché tanto la mamma sfruttava la prostituzione della figlia di 14 anni. Questo uno degli spaccati che emergono dal provvedimento del Tribunale del Riesame di Roma, nel procedimento sulle baby squillo dei Parioli. Dagli atti dell’inchiesta emerge il tentativo della madre della ragazzina più grande - che ha dato il via all’indagine - di avvisare l’altra donna di quanto stava accadendo, sentendosi rispondere che «se non hai la prova provata vattene, altrimenti ti querelo». Secondo i magistrati, che hanno riesaminato la posizione di tre dei cinque finiti in carcere, la donna era stata avvisata fin dal mese di giugno, elemento in più che va a suffragare l’ipotesi che sapesse della prostituzione della figlia. Da un’audizione della «denunciante», emerge che «sin dal mese di giugno, aveva parlato con l’altra madre del problema delle loro rispettive figlie, dei suoi sospetti circa il fatto che le ragazze si prostituissero e che facessero uso di stupefacenti, senza ricevere alcuna collaborazione dalla donna, che invece rimaneva in atteggiamento vago ed evasivo». Inoltre, scrivono i magistrati, avrebbe «visto a luglio per l’ultima volta la madre dell’amica della figlia e per ribadirle dei suoi sospetti circa le condotte illecite poste in essere dalle due ragazze, ma di aver ricevuto ancora una volta un secco rifiuto di collaborazione, al punto che la donna le aveva espressamente detto «se non hai la prova provata vattene, altrimenti ti querelo», tanto è vero che da quel momento in poi non si era più rivolta alla donna per ricevere aiuto». Il mese di luglio, c’è da aggiungere, è molto rilevante ai fini della ricostruzione dei fatti. In quel periodo, infatti, la mamma che ha denunciato tutto ai carabinieri, aveva trovato nel cellulare della figlia numerosi numeri di telefono sotto il nome di «cliente», oltre a una capsula di plastica contenente cocaina. L’altra donna, dunque, pur avendo saputo tutto questo, aveva reagito in malo modo alle richieste di aiuto.

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