Una nota marca di acqua minerale si fa pubblicità sostenendo di essere quella sul mercato con meno particelle di sodio. Etichetta alla mano, per ogni litro ci sono appena 5 milligrammi di quel sale minerale. Calcolando che ogni giorno l’organismo necessita di circa un litro e mezzo d’acqua, bevendo questo prodotto si assumono circa cento milligrammi di sodio in meno di quanti se ne assumerebbero con un’acqua minerale senza queste caratteristiche. Questo, stando alla pubblicità, renderebbe questa marca adatta a chi segue una dieta iposodica. Peccato che un simile regime alimentare preveda di ridurre il consumo di sodio da 4.000 a 2.000 milligrammi. Mentre con l’acqua se ne tolgono appena un centinaio, il 5% del necessario. Assai più incisivo sarebbe evitare di aggiungere sale agli alimenti. La pubblicità, insomma, non sostiene il falso, ma esalta una caratteristica sostanzialmente irrisoria. Ora prendete quel 5%, dividetelo un altro migliaio di volte e avrete l’incidenza sulle casse dello Stato dei tagli promessi dalle riforme. Un esempio per tutti: il Cnel. L’ente inutile per antonomasia, nel 2016, è costato circa 8,7 milioni di euro. Rapportato alle spese totali dello Stato - circa 800 miliardi - si parla insomma dello 0,0010875%. Non c’è solo il taglio del Cnel, obietteranno i sostenitori del sì al referendum. Ebbene, pur prendendo come buona la stima di cinquecento milioni di risparmi indicata da Matteo Renzi (e basata non si sa bene su quali dati), l’incidenza sul bilancio dello Stato sarebbe dello 0,0625%. Intendiamoci: meglio un risparmio anche piccolissimo che niente. Sebbene faccia sensazione che si gioisca per mezzo miliardo dopo che in passato svariati commissari alla spending review avevano parlato di tagli possibili per 20-30 miliardi. Il punto, però, è: possono essere gli infinitesimali tagli ai costi della politica a determinare la mia scelta al referendum? In fondo, il 4 dicembre gli italiani saranno chiamati a decidere su aspetti molto più importanti per il futuro della propria democrazia. Il superamento del bicameralismo paritario, innanzitutto. Decidere, cioè, se è meglio tenersi l’attuale sistema che comporta un iter legislativo più lento ma un maggior controllo del Parlamento sul governo, oppure, viceversa, un esecutivo più autoritario ma un iter legislativo molto più rapido e incisivo. E ancora: se si vuole cambiare l’equilibrio dei poteri tra Stato e Regioni stabilito dalla vecchia riforma del Titolo V, se si vogliono modificare le regole sulle firme necessarie per chiedere un referendum e sul quorum per ritenerlo valido ecc. E’ questo il “cuore” della riforma costituzionale. Parlare solo di costi dovrebbe essere svilente anche per chi l’ha scritta. Eppure, quel presunto 0,0625% in meno è l’argomento principale di ogni comizio. Una deriva causata anche da chi, negli ultimi anni, ha demagogicamente sostenuto che la democrazia non avesse un prezzo da pagare. Risparmiare, quando è possibile, è doveroso. Ma se devo ristrutturare la casa dove abiterò con tutti gli altri italiani nel resto della mia vita, mi informo prima se l’architetto e il suo progetto sono validi. Poi, solo poi, mi informo su quanto mi costerà.
Cambiereste la Costituzione per uno 0,06%?

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