Far andare avanti un matrimonio è faccenda complicata. E lo è ancor di più quando l'amore, nell'unione, è assai meno della convenienza. Eppure, almeno in politica, sono tanti i precedenti che insegnano quanto sia poco fruttuoso rompere un sodalizio. Seppure sia stato celebrato più per costrizione che per convinzione, vedi le nozze tra Matteo Renzi e la "Ditta" bersaniana. Finora in tanti si sono concentrati su cosa abbia significato abbandonare la casa madre per i vari dissidenti. Da Gianfranco Fini a Raffaele Fitto, da Pippo Civati a Stefano Fassina: a ogni strappo è seguito nel giro di pochi mesi l'oblio politico. Un insegnamento da tenere a mente per chi come Roberto Speranza crede che una volta lasciato il Partito Democratico troverà a sinistra praterie di elettori pronti a essere sedotti. In pochi, però, hanno riflettuto su cosa sia rimasto dei partiti che hanno subìto - e talvolta incoraggiato - le scissioni. Il Popolo della Libertà, ad esempio, sarà stato pure un progetto politico mai compiuto fino in fondo. Ma vogliamo paragonarlo al 12% che oggi "vanta" nei sondaggi Forza Italia? Il Partito Democratico sarà ancora oggi l'unica forza politica in grado di arrestare l'avanzata dei Cinquestelle, ma crediamo davvero che il suo consenso nel Paese sia pari a quello del Pd del "primo" Renzi, quello delle Europee? O magari a quello del Pd di Walter Veltroni? Quando, cioè, sembrava possibile mettere insieme la cultura cattolica di sinistra e quella degli ex Pci? Insomma, se è vero che in politica le fusioni raramente sommano i voti dei partiti originali, è altrettanto innegabile che le divisioni finiscono per svuotare entrambi i litiganti. Siete davvero sicuri, ad esempio, che a Parma Federico Pizzarotti possa conquistare un secondo mandato senza il MoVimento 5 Stelle alle spalle? E, ancor di più, che Grillo possa sognare di riprendersi la città dopo aver divorziato con il suo sindaco? Farebbe bene, Matteo Renzi, a tenere a mente tutti questi esempi. Perché avrebbe tutte le ragioni per avercela con Bersani e i suoi, accortisi ad un certo punto di essere contrari alla riforma che per quattro volte avevano votato in Parlamento. Ma la politica è anche l'arte di far andare d'accordo gli opposti. E sarebbe molto difficile, per chi sostiene di voler essere il presidente di tutti gli italiani, spiegare agli elettori che in realtà non sa tenere insieme neanche tutto il suo partito.
Chi rompe paga. E i cocci valgono poco
