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Pink Floyd e il mito "The Wall", un muro rock lungo 40 anni

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica come ascisse e ordinate

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Un muro di solitudine e frustrazione si alza lento e inesorabile. Mattone dopo mattone. Dai traumi infantili ai disagi dell’età adulta. Pink è una rockstar. Proprio come Roger Waters dalla cui mente è nato. Vive una crisi esistenziale deflagrante che lo porterà all’alienazione totale. Alla follia. Fino alla liberazione finale. Ma è solo un ciclo pronto a ricominciare all’infinito.

L’album «The Wall» era uscito nei negozi già da più di due anni quando, nelle sale cinematografiche, arrivava «Pink Floyd - The Wall», il film diretto da Alan Parker che ne era la perfetta colonna visiva. La première ebbe luogo all’Empire di Leicester Square a Londra il 14 luglio 1982, esattamente 40 anni fa. Erano presenti Roger Waters e gli altri membri dei Pink Floyd David Gilmour e Nick Mason ma non Richard Wright che non era più membro della band. In platea sedevano il protagonista Bob Geldof (che sullo schermo è Pink), l’autore delle animazioni Gerald Scarfe, Paula Yates, Pete Townshend, Sting, Roger Taylor, James Hunt, Lulu e Andy Summers. Qualche mese prima il film era stato presentato anche a Cannes. Così Parker ricorda lo stupore di Spielberg dopo la visione: «Sono sicuro di avergli visto fare delle smorfie a Semel quando si accesero le luci, dicendogli “Che diamine è questo?” mentre Semel si girò verso di me e si inchinò rispettosamente. ”Che diamine è questo?" era invece l’espressione più adatta. Era qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, una fusione di live-action, film e mondo surreale».

«Pink Floyd - The Wall» è una seduta di psicanalisi, un flusso di coscienza tradotto in musica. «Fare spettacoli diventò un’esperienza alienante e mi accorsi che fra noi e il nostro pubblico si era alzato un muro», raccontò Waters. E proprio durante un concerto, il 6 luglio 1977 a Montreal, ci fu la goccia che fece traboccare il vaso: un fan strepitava, si dimenava e batteva le transenne cercando di scavalcarle con il puro scopo di creare confusione. Waters fu preso da una furia cieca. Gli urlò «shut up and stop your bloody screaming».

Il film di Parker ripercorre le vicende narrate nei brani del concept album (eccetto «Hey You» e «The show must go on» che furono escluse dal progetto). Pink/Waters è tormentato: difficoltà nei rapporti umani, muri (reali e metaforici) che lo dividono dagli altri, solitudine. A scuola bambini umiliati da insegnanti che, a loro volta, vengono castigati quando tornano a casa e «le loro mogli grasse e psicopatiche li picchiano fino a farli in pezzi». «The Wall» non offre alcuna via d’uscita se non la follia. Il muro di alienazione dà origine a una prigione e il prigioniero alla fine si sottopone al «Processo – The Trial», un bizzarro cataclisma musicale ispirato a Brecht e Weill in cui i tormentatori si incontrano per accusarlo. Ma il giudice Verme sentenzia l’abbattimento del muro e riespone Pink alla realtà. «Quelli che davvero ti amano vanno e vengono al di là del muro. Alcuni mano nella mano, alcuni riuniti in gruppi. Quelli dal cuore tenero e gli artisti cercano di abbatterlo». In «Outside the Wall» Waters canta così. Mentre sullo schermo scorrono i titoli di coda.
 

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