Migranti, dai certificati sospetti alle intercettazioni: ecco gli otto medici “anti-rimpatrio”
In questi giorni Il Tempo ha raccontato sotto molteplici aspetti e punti di vista il caso dei così detti presunti «certificati anti-rimpatrio», che sarebbero stati emessi tra l’estate del 2024 e l’inizio del 2026 da alcuni medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Ravenna per evitare, questa l’ipotesi, che diversi migranti raggiunti da decreti di espulsione fossero trasferiti in un Cpr. Vicenda che nel febbraio scorso è finita alla ribalta delle cronache nazionali, nonché nelle aule della Procura della città romagnola, con un processo ancora in pieno svolgimento e nelle more del quale non è stata ancora emessa alcuna sentenza di condanna definitiva per nessuno degli imputati, essendo ancora nella fase delle indagini preliminari. Dopo aver approfondito nelle scorse puntate i meccanismi sottesi alla dinamica della vicenda - con il potenziale allargamento ad altri parti d’Italia - e aver raccontato come alcuni dei clandestini dichiarati inidonei dai camici ravennati, una volta tornati liberi, abbiano accumulato una notevole sequela di arresti e denunce, oggi vale la pena soffermarsi sulle figure attorno alle quali ruota tutta questa storia, ovvero i medici protagonisti dell’inchiesta della Procura. Nel pieno rispetto dello spirito garantista che da sempre anima Il Tempo – in virtù del quale nessuno è colpevole finché tutti i gradi di giudizio non siano stati espletati e del principio per cui la presunzione d’innocenza è sacra -, in questa puntata cercheremo di capire meglio quale sarebbe stato il loro ruolo, evitando però di imbastire gogne mediatiche di sorta. Perché ora il punto non è il nome di chi avrebbe fatto cosa, ma il come e il perché.
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I medici indagati sono otto, tutti facenti parte del reparto di malattie infettive, di un’età compresa tra i 26 e i 62 anni: l’ipotesi d’accusa formulata dai pm è quella di falso ideologico e interruzione di pubblico servizio. Questo è un fatto. L’altro fatto è che il gip, il 13 marzo scorso, ha disposto delle misure cautelari per gli indagati, accogliendo nella sostanza la visione proposta dalla Procura, ma rimodulandone le richieste. I pubblici ministeri avevano infatti chiesto per gli otto medici un anno di interdizione dalla professione, adducendo la motivazione, tra le altre, di un possibile rischio di reiterazione; il gip ha invece deciso che cinque di loro non potranno occuparsi dei certificati di idoneità al Cpr per dieci mesi, mentre per tre dottoresse - le quali avrebbero poi fatto ricorso al Tribunale del Riesame - una sospensione dalla professione per lo stesso periodo di tempo, accogliendo il criterio di proporzionalità richiesto dalle difese. Uno dei passaggi dell’ordinanza avrebbe evidenziato come per il gip il punto centrale non sarebbe solo e tanto l’approccio ideologico che avrebbe sconfinato fuori dall’ambito strettamente sanitario, quanto dei presunti «comportamenti antigiuridici» e irrispettosi della deontologia.
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Ma cosa avrebbero fatto gli indagati? Secondo l’accusa, i medici avrebbero rilasciato certificati di inidoneità ai Cpr per 34 stranieri, su un totale di 64 casi presi in esame dagli inquirenti, al fine proprio di evitarne il trasferimento in uno dei centri per il rimpatrio, come la legge dispone, per poi essere espulsi. Il tutto, per l’accusa, sarebbe stato fatto uscendo dal perimetro della stretta analisi clinica, ipotizzando che altri elementi e convinzioni avrebbero animato tali azioni. I legali degli indagati, da parte loro, hanno sempre ribadito la veridicità dei pareri medici espressi nei certificati e la totale correttezza dell’operato, sia a mezzo stampa, sia durante l’interrogatorio di garanzia andato in scena il 12 marzo scorso, nel quale hanno chiesto invano anche l’annullamento delle misure cautelari. In cosa consistono questi certificati? La visita di idoneità al trasferimento nei Cpr è un atto medico nel quale il professionista è chiamato a valutare sulla base di criteri clinici la presenza di vulnerabilità di varia natura che possano risultare incompatibili con una detenzione amministrativa. Ebbene, i magistrati hanno ritenuto che qualcosa non sarebbe andato come doveva andare, poiché alla base dei referti, sostiene la procura, non ci sarebbero solo dati ed evidenze cliniche. Ciò anche alla luce di una serie di chat e intercettazioni ambientali acquisite dagli inquirenti il 12 febbraio attraverso due perquisizioni. Conversazioni poi riportate da diversi quotidiani, dalle quali sarebbero emersi elementi a sostegno della tesi accusatoria e in cui si parlerebbe di questioni «etiche» e di «dissenso» riguardo il sistema dei Cpr.
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«La polizia mi vuole fare un verbale perché non ho dato l’idoneità a uno che vogliono espellere... ma è una questione etica per me... visto cosa sono i Cpr», avrebbe scritto un camice; «ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura ma la scelta è puramente etica. Noi avremo dato più di 20 inidoneità e non è successo niente. La cosa importante è essere uniti», si leggerebbe in un altro messaggio. Parole che avrebbero spinto il giudice ad affermare che i sanitari sarebbero stati uniti da «un forte coinvolgimento ideologico ed emotivo», e che, come si legge nell’ordinanza del gip, i medici coinvolti avrebbero realizzato quei certificati in un’ottica «di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina». Che sarebbe ovviamente legittima, purché esercitata all’interno della correttezza delle procedure e delle regole deontologiche, circostanza che viene contestata. Chi ha difeso l’operato dei medici di Ravenna al di fuori delle aule di tribunali ha sollevato una obiezione fondamentale sulla tesi dell’accusa, e cioè che i medici non dovrebbero essere utilizzati come «strumenti di garanzia dell’ordine pubblico» ma dovrebbero solo svolgere compiti clinici a tutela della vita e della salute della persona. Probabilmente questa ed altre obiezioni troveranno risposta nel corso dell’iter giudiziario da poco iniziato.
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