Certificati "farlocchi" per far evitare i Cpr ai clandestini. Ecco l'inchiesta di Ravenna
Tutto è iniziato con uno "strano" documento, un certificato medico che attestava la non idoneità di un migrante al trattenimento in un Cpr e che, però, per la Questura aveva tutta l’aria di un modulo precompilato, preparato ad hoc, senza una effettiva presa in carico del paziente. Parte così l’ormai famosa indagine della Procura di Ravenna sul reparto di Malattie Infettive dell’ospedale della città romagnola, che avrebbe portato, tempo dopo, all’esplosione di un caso politico-mediatico di enormi proporzioni, raccontato negli ultimi mesi in ogni sua evoluzione qui sulle pagine de Il Tempo. Al centro dell’indagine ci sono otto medici, nessuno dei quali ad oggi risulta essere stato condannato, i quali, secondo l’accusa, avrebbero redatto certificati medici allo scopo di evitare che decine di stranieri venissero, come disposto dalla legge, trasferiti in un Cpr, in attesa di essere espulsi dall’Italia. La Polizia di Stato ha indagato per circa nove mesi (a cominciare dalla primavera-estate del 2025 fino al gennaio scorso), esaminando tutti i documenti redatti in quel reparto relativi a immigrati in attesa di espulsione. Ebbene, secondo gli atti dell’accusa, su 64 stranieri visitati nel periodo compreso fra settembre 2024 e gennaio 2026, ben 34 sarebbero stati dichiarati «non idonei» al trattenimento nei Cpr, 10 avrebbero rifiutato la visita e soltanto 20 sarebbero stati giudicati compatibili con il trasferimento. Cifre che non hanno fatto che corroborare i sospetti iniziali degli inquirenti; tanto che, a febbraio scorso, momento in cui il caso diverrà di pubblico dominio, la Procura formulerà per otto medici le accuse di falso in atto pubblico e interruzione di pubblico servizio. I reati ipotizzati sarebbero basati, tra le altre cose, sul fondato sospetto che i certificati in questione sarebbero stati redatti non su reali evidenze cliniche, ma per una scelta "ideologica" volta a contestare il sistema dei Cpr nel suo complesso e in generale quello della gestione dei flussi migratori. Per questo la gip Federica Lipovscek il 17 marzo ha emesso una misura cautelare dell’interdizione della professione per 10 mesi per tre dei medici indagati, mentre per altri cinque il divieto, sempre per 10 mesi, di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai centri.
Solo per fare un esempio, nell’ordinanza la gip sostiene che i medici di Malattie infettive coinvolti avrebbero realizzato i certificati anti-rimpatrio per evitare il trasferimento degli irregolari nei Cpr in un’ottica «di aperta contestazione del sistema di gestione dell'immigrazione clandestina». Una considerazione, questa, che principia anche dalle perquisizioni effettuate presso il reparto dell’ospedale e nelle abitazioni dei medici, nonché dalle intercettazioni ambientali e dalle chat interne al "gruppo", dalle quali sarebbe emerso con ancor più forza come i professionisti coinvolti avrebbero agito per ragioni più politiche che scientifiche, arrivando ad usare, secondo l’accusa, modelli standardizzati pensati proprio per attestare la non compatibilità dei migranti con la permanenza nei Cpr. Anche perché, in molti dei casi presi in esame, non sarebbe stata attivata nessuna procedura medica né presa in carico per gli immigrati dichiarati «malati». Ad oggi, il procedimento risulta ancora nella fase delle indagini preliminari e delle misure cautelari: non esiste alcuna sentenza definitiva di condanna, e tre dottoresse hanno fatto ricorso al Riesame.
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