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La rete NoCpr dietro ai moduli anti-rimpatrio per "salvare" i clandestini

Foto:  Il Tempo 

Francesca Musacchio
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Una rete antirazzista abolizionista, nata nel circuito movimentista milanese, con una forte componente antagonista e una struttura di coalizione civico-legale più ampia. È questo il profilo di «Mai più lager-No ai Cpr», il movimento che dal 2018 si batte contro i Centri di permanenza per il rimpatrio e che ha contribuito a diffondere la bozza del certificato medico di inidoneità al trattenimento dei migranti nei Cpr che avrebbero usato i medici finiti nell'inchiesta di Ravenna. La rete nasce a Milano contro la riapertura del Cpr di via Corelli. Il suo obiettivo non è la riforma dei centri, ma la chiusura. Nel lessico del movimento i Cpr sono «lager», luoghi di detenzione senza reato, spazi opachi e privi di garanzie. La piattaforma non chiede condizioni migliori, protocolli più efficienti o correttivi amministrativi, ma il superamento dell'intero sistema della custodia amministrativa. La rete, infatti, li colloca dentro una lettura più ampia: frontiere, repressione, sicurezza, precarizzazione dei diritti, antifascismo, razzismo istituzionale. È la grammatica tipica dell'antagonismo antirazzista. Il centro per il rimpatrio, quindi, diventa il simbolo di uno Stato securitario da contrastare.

Il radicamento nel circuito antagonista emerge dall'ambiente di nascita, dal linguaggio e dalle pratiche. Il manifesto originario viene diffuso nell'area dei movimenti sociali milanesi e attorno alla rete compaiono centri sociali, collettivi autonomi, sigle antirazziste, realtà dell'antifascismo, gruppi studenteschi e spazi autogestiti. La mobilitazione passa da assemblee, presìdi, cortei, azioni simboliche, controinformazione e pressione pubblica sotto le mura dei centri. Accanto ai collettivi ci sono associazioni laiche, realtà per i diritti dei migranti, avvocati, medici, giuristi, osservatori civici e soggetti in grado di produrre dossier, segnalazioni, accessi istituzionali, campagne specialistiche e documentazione tecnica. È una coalizione senza vertice unico, costruita su metodo assemblare, divisione dei compiti e obiettivo comune. La collettività garantisce mobilitazione, comunicazione e pressione di piazza, mentre le associazioni raccolgono testimonianze, cartelle cliniche, immagini e segnalazioni. I giuristi trasformano il materiale in esposti, ricorsi e denunciati. I medici e le realtà sanitarie intervengono sul terreno della salute, della debolezza e dell'idoneità alla permanenza in comunità ristretta. Il risultato è una filiera di attivismo politico, supporto legale e produzione documentale.

La radicalizzazione della rete sta nella linea della non riformabilità dei Cpr. Per il movimento il problema non è la cattiva gestione di singoli centri, bensì l'esistenza stessa del trattenimento amministrativo. Questa impostazione consente la convergenza tra realtà diverse. Dentro questo schema si inseriscono anche le campagne rivolte al personale sanitario. La rete ha promosso iniziativa sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei Cpr con un messaggio chiaro: l'assenza di una patologia fisica acuta non basta a certificare l'idoneità.
Vanno considerazioni salute mentale, rischio di autolesionismo, suicidio, ansia grave, condizioni igienico-sanitarie, malattie croniche e debolezza generale o aggravate dalla detenzione. Il medico, dunque, viene chiamato anon per trattare la certificazione come un atto neutro. Nell'impostazione della rete, se il Cpr è un luogo strutturalmente patogeno, la certificazione di idoneità diventa un passaggio critico. Se nessun certificato medico l'idoneità, il trattenimento amministrativo può cadere. Attorno al Cpr di via Corelli a Milano, la rete ha raccolto segnalazioni, prodotto report, promosso ispezioni, costruito campagne e portato in piazza realtà storiche dell'attivismo antirazzista e nuovi collettivi. E con la manifestazione nazionale del 6 aprile 2024, la rete nata su un fronte territoriale è diventata piattaforma nazionale contro i Cpr.

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