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I trascorsi burrascosi della procura di Modena tra "prudenza" e lotte intestine

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Paolo Pandolfini
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Prudenza. C’è un aspetto che emerge chiaramente dalle prime mosse investigative sul caso di Salim El Koundri: la prudenza della Procura di Modena. Una prudenza visibile soprattutto in ciò che, almeno per ora, non c’è: niente aggravante di terrorismo e nessuna premeditazione. Solo il delitto di tentata strage e le lesioni gravissime, contestate dalla pm Monica Bombana. Eppure, parallelamente, la gip Donatella Pianezzi, che ha convalidato l’arresto del 31enne di origini marocchine, parla di un gesto «efferato» e della volontà di colpire più persone possibile, una condotta peraltro facilmente replicabile in altri contesti urbani.

 

La Procura di Modena è diretta da Luca Masini, magistrato che in passato era stato appoggiato da Piercamillo Davigo per ricoprire l’incarico di capo della Procura di Perugia, poi invece assegnata dal Consiglio superiore della magistratura a Raffaele Cantone. Masini si ritrova, suo malgrado, al centro di un caso destinato ad avere conseguenze nazionali dal momento che la strage sfiorata di Modena è diventata un terreno di scontro tra sicurezza, salute mentale e terrorismo.

Esistono elementi inquietanti - le mail contro i cristiani, i riferimenti a Gesù Cristo, i contatti con basi Nato, i manoscritti sequestrati, i device informatici sotto analisi - ma che, per la Procura, non sono evidentemente sufficienti per sostenere accuse più pesanti. Lo stesso vale per la premeditazione.

 

Secondo gli atti, El Koundri avrebbe corretto la traiettoria dell’auto per investire le aree più affollate, tentando poi la fuga armato di coltello. Una dinamica che suggerisce lucidità operativa. La Procura, come detto, ha però evitato di sostenere che il gesto fosse stato pianificato in anticipo.

Il tribunale, diretto da Alberto Rizzo, già capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio e protagonista di durissimi scontri interni con Giusi Bartolozzi durante l’esperienza a via Arenula, ha comunque dato una lettura diversa, descrivendo il 31enne come un uomo lucido, capace di intendere e di volere, determinato a colpire indiscriminatamente.

Il caso El Koudri riporta inevitabilmente alla memoria anche i trascorsi burrascosi della Procura modenese. Modena fu infatti uno degli snodi del terremoto giudiziario legato al Caso Consip, quando il Noe dei carabinieri guidato dal colonnello Sergio De Caprio finì al centro delle polemiche per l’inchiesta sulla centrale acquisti della Pa che lambiva l’allora premier Matteo Renzi. In quegli anni esplose uno scontro durissimo tra Procure, carabinieri, politica e Servizi segreti, con accuse di rivelazioni del segreto, manipolazioni di informative e pubblicazioni di intercettazioni senza rilievo penale, come quelle tra lo stesso Renzi e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, all’epoca in corsa per diventare il numero uno delle Fiamme gialle prima di essere bruciato proprio per questa fuga di notizie.

 

Ma soprattutto emerse una guerra interna alla stessa magistratura modenese, con il lunghissimo braccio di ferro tra l’allora procuratrice Lucia Musti e il collega Paolo Giovagnoli per la guida della Procura. Una battaglia consumata fra Tar, Consiglio di Stato e Csm, con nomine annullate e riconfermate più volte, fino alla definitiva vittoria di Giovagnoli. A Musti vennero anche contestate le chat con l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, riemerse durante lo scandalo che travolse il sistema correntizio della magistratura italiana. Il Csm ritenne inopportuni quei contatti, giudicandoli un tentativo di influenzare informalmente le decisioni dell’organo di autogoverno.

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