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C'era una volta l'Italia dei bomber

Insigne

Con Mancini ritrovato il gioco ma gli azzurri non sanno segnare. Nei grandi club solo centravanti stranieri. E Immobile non basta

Simone Pieretti
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Se non si segna, non si sogna. Finita la crisi del gioco, è continuata la crisi del gol. La Nazionale cerca un bomber, un uomo capace di finalizzare la manovra prodotta da un centrocampo parzialmente rigenerato, ma la cura Mancini in avanti ha prodotto finora soltanto sette reti in otto partite. Una media infinitesimale, numeri decimali, un quoziente reti da terzo mondo calcistico. Gli italiani non sanno più segnare, le responsabilità sono molteplici e vanno condivise all'interno dell'intero movimento calcistico nazionale, dalle scuole calcio ai club di Serie A, nessuno escluso. Il problema nasce con la legge Bosman del 1995, ma si evidenzia soltanto un decennio dopo: la Nazionale vive di rendita almeno per altri dieci anni, grazie al grande lavoro dei vivai. Il Mondiale vinto in Germania nel 2006 segna l'inizio della fine, a Berlino festeggia anche Pippo Inzaghi, ultimo principe azzurro. Dopo di lui, il vuoto. Donadoni inserì Di Natale senza risultati, Cesare Prandelli puntò su Balotelli, una scommessa persa in partenza e rinvigorita con scarsi risultati da Mancini. Nel mezzo ci fu Antonio Conte che cercò di adeguarsi al materiale tecnico che aveva a disposizione: Pellè e Zaza. Oggi il centravanti della Nazionale è Ciro Immobile, la cui unica colpa è quella di segnare con disarmante continuità in campionato. Pur avendo vinto il titolo dei capocannonieri dell'Europa League nella passata stagione, l'attaccante della Lazio non ha una valenza internazionale certificata. La miseria del calcio italiano si scontra con la nobiltà di un passato eccellente, dove al Meazza di turno succedeva sempre un Silvio Piola. La crisi calcistica degli anni '50 e - in parte '60 - fu segnata in principio dalla tragedia di Superga che cancellò la squadra (la nazionale) più forte di ogni tempo: il Grande Torino. Ma la rinascita e la riscossa non tardarono, con il successo agli Europei del 1968 griffato da Gigi Riva e Pietro Anastasi, e la finale del Mondiale del 1970 con Boninsegna illusorio protagonista contro il Brasile di Pelè. Con loro - arrivarono stagione dopo stagione - anche Chinaglia, Bettega, Graziani, Rossi, Altobelli, Vialli, Casiraghi, tutti attaccanti capaci di segnare il percorso azzurro anche in campo internazionale. Ed eccoci a metà degli anni '90: la legge Bosman spalanca le frontiere, i club italiani si tuffano sul mercato cercando nei campionati stranieri talenti più o meno celebrati. Sono anche gli anni in cui il numero dieci diventa un lusso, dove la tattica prende il sopravvento sulla tecnica anche nelle scuole calcio dove gli istruttori - si fa per dire - hanno tutti la sindrome di Van Gaal o di Arrigo Sacchi. Dal vivaio in quegli stessi mesi spuntano gli ultimi due bomber di respiro internazionale: Cristian Vieri e Pippo Inzaghi. Poi arriva Luca Toni, che costruisce gran parte della sua carriera in provincia, prima di vincere il Mondiale e andare al Bayern Monaco. Game over. Oggi le squadre italiane che partecipano alle coppe Europee schierano tutte - a eccezione della Lazio - centravanti stranieri: Cristiano Ronaldo, Milik, Mertens, Dzeko e Higuain. L'unico centravanti italiano che ha modo di fare esperienza internazionale nelle coppe europee è Immobile. Belotti è desaparecido, la sua riserva in azzurro è Kevin Lasagna. Che gioca nell'Udinese.

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