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Un verdetto che punisce il malaffare

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Neldesolante panorama che le scommesse del malaffare hanno prodotto in un calcio, quello italiano, che intraprende una nuova stagione ricca di inquietanti interrogativi, a partire dal definitivo assetto dei campionati professionistici, si accende un raggio di luce. Forse è il caso che i cuori degli appassionati autentici possano riaprirsi alla speranza, alla sensazione che la parola giustizia non resti un trito luogo comune. A indicare questa strada verso un meno disagevole futuro, la sentenza della Disciplinare che ha accolto le richieste della Procura, disponendo la radiazione per Moggi, Giraudo e Mazzini. Quelli della «cupola» che avevano ridotto il più popolare sport nazionale a una farsa, una conventicola lasciata libera di gestire a suo piacimento, e nell'interesse di una sola squadra, e di una sola società, il campionato di Serie A. Tra cellulari svizzeri, pressioni sui designatori, perfino minacce a chi osava mettere in dubbio un potere saldamente consolidato, il tifoso si è trovato a dover subire il trionfo del fasullo, la legge della mala calcistica. La cosa più aberrante (termine mutuato dalle motivazioni dei giudici sul comportamento del direttore generale juventino) il lato più aggiacciante della vicenda, la complicità di un alto dirigente federale, quell'Innocenzo (vedi l'ironia dei nomi!) Mazzini, che in teoria doveva essere uno dei tutori istituzionali della regolarità delle competizioni. La radiazione è conseguenza naturale del primo verdetto, quei cinque anni di sospensione inflitti a tre imputati, con proposta della sentenza capitale ieri finalmente sancita. Anche se è sorprendente che si sia atteso proprio lo scadere del quinquennio per una decisione da tempo apparsa inevitable, un periodo durante il quale al grande burattinaio era stata offerta larga visibilità mediatica da trasmissioni televisive poco gradevoli e poco eleganti. Per non parlare delle rivendicazioni di scudetti da parte della nuova dirugenza juventina, incapace di prendere le distanze da un passato da dimenticare: e soprattutto da far dimenticare.

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