Romanisti: "Quella cosa non si nomina..."
Una telefonata, come recitava un noto spot televisivo, allunga la vita. Figuriamoci se non può fare lo stesso con la felicità. Niente di più semplice: il tifoso alza la cornetta, compone il numero, parla e dà sfogo a tutto se stesso. Le radio, a Roma, servono soprattutto a questo. Sono la continuazione dell'antica tradizione del Pasquino: un tempo, per dire la propria, si andava all'angolo di Palazzo Braschi e si appendeva un foglietto ai piedi della statua. Oggi, per fare lo stesso, basta mandare un sms o prendere la linea nella radio di fiducia e dare fiato alle trombe. In un giorno come ieri, il day after del sorpasso e il primo della lunga vigilia di un derby così, le radio raccolgono e catalogano la vox populi romanista. Fiumi di telefonate, centralini intasati. Tutti quelli della non sparuta minoranza «vociante» e «telefonante» vogliono esternare le proprie idee, sensazioni o emozioni, quelli della maggioranza silenziosa ascoltano a più non posso. All'alba, all'ora del caffè, a pranzo, nel pomeriggio, a cena, da casa, dall'ufficio, dal cellulare, in macchina: una telefonata non si nega a nessuno. C'è chi dedica il primato in classifica «a chi si sveglia tutte le mattine alle 5,20 e alle 5,21 pensa già alla Roma». C'è chi promette: «Se la Juve batte l'Inter vado al derby in ciabatte». Ragione contro fato: c'è chi fa tabelle e studia gli incastri del calendario («la vittoria della Samp non ci voleva»); c'è chi vede dei segnali sovrannaturali e tenta di decifrarli. «La papera di Consigli vale quanto il palo di Milito», sussurra qualcuno. La classifica è cambiata, il tormentone no. Il ritornello «Non succede, ma se succede» continua a restare in testa alla hit parade delle frasi giallorosse. C'è chi non dorme più «dal gol di Kroldrup» e chi uscirà di casa per andare al derby «sabato mattina alle 8». Pochissimi, comunque, se la cantano e se la godono senza preoccupazioni. Celebrazioni e festeggiamenti sì, ma con molta moderazione. Molta più del solito. Scaramanzia in formato extralarge: «Quella cosa lì non la nomino neppure». La felicità che diventa, usando un termine adoperato ventisette anni fa da Dino Viola, «incubo»: «Non ho voluto vedere la classifica, mi sono messo due fette di prosciutto davanti agli occhi». Chissà se «l'incubo» finirà come quella volta.
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