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«Una gara benedetta dagli dei»

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Araccontarlo è Pietro Mennea, un uomo d'altri tempi che il 12 settembre del 1979 alle Universiadi di Città del Messico lasciò il mondo a bocca aperta correndo i 200 metri come mai nessuno aveva fatto. «Prima di correre per la finale - ricorda il campione - sapevo di valere un buon tempo ma non pensavo al record. Appena finì la gara la pioggerellina iniziata prima della gara divenne un terribile acquazzone. C'è chi disse allora che il Dio della pioggia messicano aveva protetto le Menneiadi». «Il record di un altro tempo» come il libro di Mennea presentato ieri a Salerno, figlio di uno sport diverso, «fatto di cinque, sei ore di allenamento al giorno anche 350 giorni l'anno - continua il campione - e i sacrifici erano tutti ispirati al fair play e al rispetto delle regole». E a chi parlava di un traguardo di breve vita ha risposto la storia: «È durato diciassette anni e ancora oggi resiste come record europeo». Quei 19' 72" sono stati soprattutto, la realizzazione di un sogno e quello di Pietro Mennea era di essere l'uomo più veloce del mondo.

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