Ma berlino è lo specchio di una crisi
Nonsi può gettare la croce solo sugli atleti. E nemmeno sui tecnici, perché in Italia ce ne sono e capaci. È sulla dirigenza che bisogna puntare il dito. È il guidatore che non funziona. Espressioni, e diagnosi, pesanti. Le pronunzia, da un microfono televisivo, Francesco Panetta, storico protagonista del mezzofondo nazionale e internazionale negli anni '80. L'analisi è ragionata, provenendo da un uomo di carattere, cui non fanno certo difetto né chiarezza d'idee né, tanto meno, capacità o voglia di esprimerle. Dinanzi alla negatività complessiva degli atleti italiani, sono certamente provvidenziali i sorrisi giunti nelle ultime ore dall'immagine vitale di una ragazza del modenese, Elisa Cusma, approdata con ammirevole lucidità alla finale degli 800 metri, e poche ore dopo, sulla pedana dell'alto, da quella rassicurante di Antonietta Di Martino, affrancatasi agevolmente dalla qualificazione con unghie smaltate di tricolore e con la curiosità statistica del suo formidabile differenziale di 34 centimetri, quello calcolato tra un normalissimo personale 1.69 di altezza, non esaltante per la specialità, e il suo 2.03 del primato nazionale. Ma, ad oggi, sono due mosche bianche in un panorama scadente. Scrivere di fallimento della spedizione italiana a cinque giorni dalla conclusione delle gare sarebbe esercizio arbitrario. Ma è tuttavia malinconico notare quanto sia pesante, nel cosmopolitismo della rassegna, l'assenza di competitività da parte italiana. In molte, troppe specialità. S'è spesso detto, e spesso a ragione, come la chiave più corretta per interpretare la qualità di un'atletica sia leggere i risultati delle gare di mezzofondo. Ebbene, Cusma a parte, i vuoti registrati a Berlino fanno ripiombare la specialità indietro di quaranta anni. Diagnosi imbarazzante, che riguarda la Federazione, ma che investe direttamente il Comitato olimpico - cui non basta nominare a caso un paio di consulenti a fare da argine - e i dicasteri dell'Istruzione e della Gioventù. Sempre che si ritenga essenziale affrontare la pratica sportiva come una necessità sociale, ritenendo l'atletica, di tale necessità, la punta d'avanguardia.
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