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Evviva il gatto nero se ci porta qui il sorcetto

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Tra i riti propiziatori, quello maggiormente praticato dagli aficionados maschili prevede un gran consumo di creme e unguenti nelle parti meno nobili del corpo, estenuate da furiosi scorticamenti. Pare che in città le farmacie vadano rapidamente esaurendo le scorte di medicamenti lenitivi dell'epidermide vessata dalle grattature. C'è poi la questione dei maxischermi che - dicunt, tradunt, narrant - avrebbero dovuto ritrasmettere nelle piazze il rilevante evento agonistico previsto per quella data. Meglio soprassedere, implorano gli appassionati: un calcolo statistico li vuole tutti incondizionatamente devoti a una compagine che indossa una casacca con i colori simbolo della città. Se poi a proporre la bislacca idea è il sindaco, ancora in luna di miele con i suoi elettori, gioverà ricordargli che di un suo ormai lontano precedessore non si ricordano le opere in Campidoglio, ma solo un preventivo e infausto giro di campo nel sontuoso catino dell'Olimpico, in un giorno in cui la luce si eclissò d'improvviso come la gioia nei cuori. Ricerche accurate hanno poi verificato, senza tema di smentita, che per una obliqua sindrome logopedica, nessuno pronuncia più una certa parola: è sparita dalla tradizione orale, e per cautela dovrebbe esserlo anche da quella scritta. Si può solo dire che quel vocabolo molto somiglia a «sorcetto». Come quelli che sono abituati ad acciuffare i gatti neri, di nuovo improvvisamente popolari in tutta Roma, parrebbe in seguito a un funesto evento verificatosi presso un impianto sportivo destino della Padania, dove un signore che il destino beffardo vuole si chiami Figo ne avrebbe spalmato uno sull'asfalto: lui però smentisce. Come sia, ecco che i felini, altrove vituperati, nell'Urbe hanno acquisito la sembianza di amuleti viventi. Tra Largo Argentina e i Fori è tutto un pullulare di gattari improvvisati: va a ruba il polmone, ma per la micia spaparacchiata sotto l'Arco di Tito ci vorrebbe la «trippa nazionale», come nella poesia di Trilussa. Qualcosa di succulento, insomma: non un pasto dei giorni grami, ma un cibo di festa e abbondanza, come si conviene a una bimillenaria società, che di quando in quando salta e balla e coglie le sorprese della vita. Se li trattassero bene, i gatti capitolini, ne manderemmo a vagoni lassù, dov'è schiattato il loro consimile. Per rendergli gli onori, e portare qui il sorcetto.

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