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Coronavirus: serve un vaccino contro il derby dei virologi

Ognuno segue una sua teoria: il governo scelga un super-esperto e si affidi a lui

Coronavirus: serve un vaccino contro il derby dei virologi

Uno, non di più. Nominatene uno, di virologo (o virologa), autorevole, con curriculum a prova di mondo, e che parli lui (o lei) soltanto per conto del governo. Perché se anche la scienza, in tempi di paure da coronavirus, diventa polifonica per questo nostro paese (a cui vogliamo un bene dell’anima, nonostante tutto) sarà il caos.

Immaginate di avere un fastidio ad un braccio - ché visto il periodo è meglio evitare metafore su raffreddori e colpi di tosse - così insistente da dovervi recare dal medico per capirne le ragioni. Il medico scelto, dopo avervi visitato, vi farà la sua diagnosi. Beh, se a quel punto invece di seguire la terapia da lui indicata decideste di andare da altri medici, due, tre, quattro, quelli che vi pare, sarebbe assai probabile il ritrovarsi con diagnosi diverse. Ed a quel punto sarebbe il panico.

La notte, anziché dormire, restereste svegli guardando il soffitto nella ricerca di una risposta ad una domanda: chi avrà ragione, il medico uno, il medico due, il medico tre o il medico quattro? Il risultato di questa polifonia diagnostica sarebbe una incertezza sulla terapia da adottare e sul medico da cui farsi seguire, una versione drammatica delle buste uno, due e tre dei quiz del secolo scorso.

Questo paragone, oggi, in Italia, raffigura bene ciò che il governo dovrebbe evitare nel cercare l’aiuto della scienza (indispensabile) contro il coronavirus. Perché, e nei giorni scorsi lo abbiamo visto seguendo il dibattito pubblico, non tutti i virologi hanno usato le stesse parole per definire la situazione in corso e il come affrontarla, a cominciare dall’impatto con l’opinione pubblica. In particolare ha fatto notizia il confronto di posizioni tra il virologo Roberto Burioni, che da subito nelle settimane scorse ha messo in guardia il governo italiano invitandolo a sopravvalutare i rischi anziché sottovalutarli e sollecitando (inascoltato) il provvedimento di una quarantena obbligatoria per chi arrivasse dalla Cina, e la virologa Maria Rita Gismondo, in prima linea essendo la responsabile del laboratorio dell'ospedale Sacco di Milano. Tutto è partito dalle parole della Gismondo: «A me sembra una follia. Si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri».

In un post su Facebook, in cui non citava mai Burioni, la scienziata ha scritto: «Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno!».

Secondo la Gismondo, che ha invitato tutti ad abbassare i toni, «questa follia farà molto male, soprattutto dal punto di vista economico». Burioni, a stretto giro, le ha ribattuto che «in questo momento in Italia sono segnalati 132 casi confermati e 26 di questi (ndr, i dati sono dei giorni scorsi, quando Burioni ha replicato) sono in rianimazione (circa il 20%). Sono numeri che non hanno niente a che vedere con l’influenza (i casi gravi finora registrati sono circa lo 0,003% del totale).
Questo ci impone di non omettere nessuno sforzo per tentare di contenere il contagio. Niente panico, ma niente bugie». Burioni, poi, ha citato una fonte del Sismg (Sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera) indicata come fonte da cui avrebbe attinto la dottoressa Gismondo. In riferimento a quei numeri, Burioni ha detto: «Ecco i 217 morti al giorno per influenza. Ecco da dove se li è inventati. Non sono quelli per influenza, sono quelli totali in 19 città che vengono paragonati con quelli dell’anno precedente. Lei era stanca e ha sbagliato (capita, siamo tutti sotto pressione immane) ma i giornali hanno riportato senza controllare. Ci vuole maggiore attenzione».

Sin qui le posizioni di Burioni e della Gismondo. Poi c’è il punto di vista della virologa Ilaria Capua, la direttrice del One Health Center in Florida, che ha detto a proposito di coronavirus: «È una sindrome simil-influenzale, in Italia più casi perché li cerchiamo più attivamente». Parliamo, quindi, di tre scienziati di riconosciuto livello e spessore che usano parole diverse rispetto al coronavirus. Nel momento in cui i giornali e i media (ma non solo) invitano la politica a lasciare la parola alla scienza, si pone quindi per la politica una domanda non di poco conto: quale scienziato ascoltare? Perché se la scienza, legittimamente, si divide e va di talk al suo interno sul coronavirus, la politica per evitare di non replicare le proprie divisioni anche nella scienza (il che sarebbe tragico per l’opinione pubblica, già molto spaventata dalle notizie di questi giorni), una cosa dovrebbe fare: scegliere il suo virologo (o virologa) di riferimento e far parlare lui (o lei) per conto del governo, seguendo i suoi consigli.

Serve coraggio per farlo? Certo. Ma senza coraggio sarebbe preferibile non fare politica. Come è perfettamente inutile, in queste ore, nominare comitati con dentro un sacco di medici e il resto. Per il talk e per le vanità, di politici e scienziati, ci sarà tempo una volta sconfitto il coronavirus. Oggi per il governo si tratta di scegliere, nell’interesse degli italiani, e di far parlare la scienza. Con voce sola.

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