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Il dolore trova finalmente una risposta

Claudio Lo TufoIl dolore cronico non è più senza voce. Perché da qualche anno la «malattia del silenzio«, prima considerata solo come sintomo, è oggi definita come malattia tout court, con piena...

Il dolore cronico non è più senza voce. Perché da qualche anno la «malattia del silenzio«, prima considerata solo come sintomo, è oggi definita come malattia tout court, con piena dignità nosografica. Tanti i passi fatti per la cura e la gestione del dolore negli ultimi anni, soprattutto grazie alla legge 38 del 15 marzo 2010 «Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore», che ha finalmente normato le differenze tra dolore come sintomo e malattia del dolore, definendo come affrontarla. Perché non si possono più chiudere gli occhi. La malattia del dolore interessa una parte importante della popolazione, basti pensare che oltre un quarto di essa viene colpito da questo male, generando problemi a cascata: 500 milioni di giornate lavorative perse, prima causa di pensionamento anticipato e un notevole impatto economico con la spesa dell’1.5% del Pil, più del diabete e dell’ipertensione. Ma tanti i passi ancora da fare perché il dolore cronico in Italia è una storia di lunghe peregrinazioni. Ancora oggi i pazienti con questa patologia vagano infatti da un ospedale all’altro, dal medico di famiglia allo specialista, senza approdare subito a un centro specialistico dove è presente la figura del terapista del dolore, nato nelle scuole di specializzazione in Anestesia, che ha il compito di riconoscere ogni aspetto della patologia, confrontandosi con tutti gli attori che intervengono nella gestione e nella cura, primo fra tutti il medico di medicina generale. Uno di questi centri è sicuramente il Centro di Terapia del Dolore di Pavia, che ha come obiettivo quello di delineare alcuni fondamentali principi di azione relativi a diagnosi, terapia, obiettivo terapeutico e relazione medico-paziente. Una scuola aperta dove condividere idee e modelli diagnostici e assistenziali, una vera e propria «rete» che ha creato una modalità di lavoro basata su una cartella clinica contenente i dati principali del paziente che permette ai medici una valutazione e una cura corrette. Si è, così, in grado di condividere esperienze, progettare visite specialistiche e seguire l’andamento del dolore in modo da adeguare in tempo reale le terapie e i piani di cura. Un progetto in grado di creare un linguaggio comune che porti ad un percorso diagnostico-terapeutico-riabilitativo efficace e di lunga durata.

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