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verso la riforma di roma capitale

Un nuovo status per una nuova cittadinanza

Un nuovo status per una nuova cittadinanza

In un momento quanto mai decisivo per la storia dell’Urbe, e in attesa del tanto atteso Consiglio capitolino straordinario sulla riforma di Roma Capitale convocato per il 27 novembre - sperando in una condivisione di tutte le forze politiche sulla proposta da fare -  mi sembra doveroso fare una riflessione metapolitica che interroghi e coinvolga la cittadinanza romana.

E’ finito il tempo di attribuire solo alla classe politica e dirigente le responsabilità del tempo perduto, delle occasioni mancate per esprimere il nostro sconfinato e strabordante potenziale attrattivo, culturale, storico. E’ il tempo della responsabilizzazione collettiva a partire da noi società civile. 

Nel mio piccolo, scrivo di cultura Romana da un anno sul suo giornale e provo a promuovere e a connettere le realtà sociali e culturali tramite un mio percorso associativo, ma non possiamo più accettare che l’interesse per le sorti di questa città provenga solamente da una cerchia di invasati cultori o di coraggiosi volontari. I Romani si assumano l’onere del peso storico che questa cittadinanza comporta.

Bisogna essere a conoscenza di una duplice sfida che abbiamo di fronte come collettività: da una parte i problemi della necessità, dell’ordinario, del Comune che tanto attanagliano le nostre vite; dall’altra, quelli della grandezza, e cioè quelli della visione e della missione della Roma Caput Mundi nel Ventunesimo secolo.

Roma ha una opportunità clamorosa: interpretare la fase post industriale che sta vivendo l’umanità occidentale al meglio. Farlo non dovrebbe costarci molto: la fase sembra quasi cucirsi addosso al nostro genius loci e alla nostra storia di società per antonomasia non industrializzata. Quel ritardo che scontammo con lo stato Unitario, quello scontro culturale ed essenziale tra Papato e Stato laico può paradossalmente tornarci utile per affrontare questa nuova ondata della globalizzazione. Viviamo in tempi astratti, robotici in cui le relazioni umane e il capitale umano sono svilite, viste come un ostacolo, ma le persone sono stufe, preoccupate e sfiduciate.

Noi abbiamo l’opportunità di divenire un laboratorio di uno sviluppo diverso, che coniughi modernità con umanità e socialità. Chi meglio di noi può farlo, con le nostre migliaia di enti volontari operanti su un tessuto cittadino lacerato ma vivissimo e molto meno disastrato di molti altri?

Come sottolineato dall’ottimo libro del sociologo De Masi “Roma 2030”, finalmente abbiamo l’occasione di giocare una partita importante su un terreno a noi di nuovo favorevole: basta riprendere il filo di ciò che siamo stati. Pensiamo al concetto e al ruolo delle terme nella storia di Roma: luogo interclassista, polo centrale dove si lavorava, si facevano relazioni, ci si innamorava, si faceva sport, e ci si curava. Proprio la direzione delle città post industriali di oggi.

C’è però un problema, un solo grande nemico da fronteggiare: noi stessi! Quei Romani eredi degli avi “immensi e mostruosi”, distruttori. Non possiamo fingere di essere altro da noi stessi: le nostre caratteristiche psico antropologiche ci dicono che siamo anche brutali, bestiali, conservatori, indifferenti, cinici. Come possiamo allora coniugare la nostra grandezza alla nostra meschinità?

Con la concretezza, ben definita da Mauro Magatti e Chiara Giaccardi nel libro “La scommessa cattolica”. La concretezza intesa come cum crescita, come sforzo di crescita. Come capacità di tenere insieme ciò che la modernità separa, ma che invece è connesso, complesso e carico di contraddizioni: d'altronde siamo l'incarnazione di un principio di Eterna auctoritas protattosi per secoli attraverso culture antitetiche.

Noi Romani dobbiamo semplicemente imparare non a risolvere, ma ad abitare le tensioni e le contraddizioni. La storia e Dio lo sanno, che quando ci riusciamo, al loro interno possiamo segnare le sorti del Mondo.

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