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il viaggio nel cultura popolare

"C'era na vòrta a Roma"

"C'era na vòrta a Roma"

Nel panorama web e nello specifico dei social, la rappresentazione di Roma ci regala una città incapace di interrogarsi e proporsi culturalmente uscendo dall’ormai noioso angolo degli stereotipi. Sono anni che imperversano musichette parodie caraibiche sulle spiagge, che si riduce a una semplificazione binaria (Roma sud o Nord, carbonara o amatriciana e via dicendo): non è nemmeno bonomia romana in mezzo alla tempesta di una città che va a rotoli, perché le persone che con successo lavorano a questi tipi di prodotti sono ben consapevoli e felici dell’ottima resa commerciale delle loro attività, in alcuni casi diventate addirittura lavorative a tempo pieno.

C’è da chiedersi però come faccia chi ama Roma a rappresentarla così senza sentirsi complice dello sfascio, e soprattutto senza aver letto un libro di storia, di cultura, di antropologia. Come faccia a non sentirsi inadeguato nel prendersi una responsabilità così grande.

Le iniezioni di leggerezza nella vita altrui possono essere davvero boccate d’ossigeno nelle vite quotidiane passate in mezzo ai problemi dei nostri concittadini, ma da anni ci sembra troppo, ci sembra che si sfrutti la totale incapacità della gente di riconoscersi in un percorso diverso, e quindi si fa leva sulla propensione ad abbandonarsi alla deriva più trash possibile. Ok fino ad un certo punto, se Roma fosse solo lo sfondo di un percorso. Purtroppo ne è lo strumento principale di propaganda social, e questo è inaccettabile.

Per fortuna non tutti siamo uguali. Assieme ai ragazzi di RomAnima, Simone Proietti Gaffi su tutti alla regia, Gabriel Pirco e molti amici della prima ora e nuovi innesti, abbiamo deciso di provare a produrre dei contenuti leggeri ma rispettosi della nostra storia. L’impresa è ardua, il mercato è saturo, ma la passione verso la nostra città ci trasmette la linfa, la forza per sopportare i piccoli e grandi sacrifici (di tempo ed economici) personali in nome di un senso del dovere figlio del nostro amore: come a dire “ehi, non ci siete solo voi, a presidiare questo mondo d’ora in poi ci siamo anche noi, ma a differenza vostra col nostro stile, il nostro rispetto e la nostra cultura”.

Cultura intesa come ricerca, conoscenza, consapevolezza della Romanità. Non siamo gli unici: basti citare lo splendido percorso attivato da anni da Stefano Mentana con il suo “Rerum Romanarum”. Con amici del genere ci sarà sempre una proficua collaborazione ideale. Venendo a questo primo ciclo di video, l’idea è quella di far risaltare la differenza tra alcune abitudini attuali ed altre tipiche dei nostri avi in epoca papalina. Ad esempio, in una epoca di narcisismo ipetrofico, pompato dal mondo dei social, la cura del proprio fisico è dirimente per mostrare una immagine di sé idonea a presenziare in questo mondo: si può provare a fare l’influencer, a prendere i like, ma per farlo bisogna essere perfetti. Di qui il legame col il cibo e il parallelo con l’epoca bullesca, nella quale la prevalenza anche a tavola era essenziale per elevare la propria immagine. Semplificando, mangiare non costituiva un’attività d’intralcio alla propria immagine, ma un motivo di vanto e emblema di ottima salute. Di esempi e spunti di riflessione ne abbiamo molti, li tradurremo in prodotti di volta in volta, sempre coerenti alla nostra linea e a servizio della cultura popolare romana che non merita di essere lasciata alla mercè di ottimi marketers senza un briciolo di romanità nelle vene.

Ps: dopo questa lenzuolata da ideale pulpito capitolino (scusate lo sfogo), ecco il video 

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