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Torre Maura: cosa ci portiamo a casa

Abbiamo assistito a un coraggioso confronto tra bulli dello stesso rione

Torre Maura: cosa ci portiamo a casa

Il dialogo immortalato, diffuso, iconizzato, dato in pasto al web in tutte le forme e in tutte le salse, oltre il flusso che fagocita e tutto strumentalmente risputa, ora che i riflettori sono calati, cosa ci lascia? O perlomeno cosa ci ha smosso dentro?

In primis non entreremo mai nella diatriba politica, partitica, perché non ci interessa minimamente. La politica è una cosa seria e di per sé è parziale, quindi anche in Romanima ognuno ha sensibilità politiche diverse e confliggenti, e questo è un valore aggiunto bellissimo.

Nel merito poi dell’accaduto, aldilà del fatto che purtroppo per lui sarà strumentalizzato dalla sinistra italiana (purtroppo non in quanto sinistra ma in quanto parte politica), si può dire che l’epifania di Simone ha dimostrato come qualche fiore in mezzo a tanti sassi digitali può sempre nascere.

Cosa ci insegna? Che orgoglio e identità sono valori prepolitici, come il coraggio di dire la propria con rispetto e convinzione. Bravo! Quell’ingenuo e spontaneo “Io so Tore Maura”, gridato in risposta all’accusa di identificazione con una parte politica, è un punto da cui ripartire tutti. L’identificazione, l’immedesimazione con il quartiere che ti ha dato i natali e fatto crescere è indizio probabile della cura e del rispetto che a quel luogo dedicherai nel corso del tempo. E’ la base comune necessaria per poi dar spazio alle legittime diverse visioni sul quartiere che si tramuteranno in differenti scelte politiche.

Il tema è che l’ideale territoriale, l’amore per le proprie radici debba essere il minimo comun denominatore moltiplicatore delle ideologie. Quel dialogo quindi non riesco a osservarlo come un terreno di scontro tra due posizioni politiche, o meglio non è la prima caratteristica che mi salta all’occhio. Voglio dare importanza al fatto che due cittadini Romani di diverse età e con due posizioni politiche e visioni del quartiere (e del mondo) probabilmente antitetiche, abbiano saputo dialogare sulla base di un amore comune per la città e in una situazione sociale difficile.

Anche se forzato, mi piace pensare al paragone con il bullismo romano, fenomeno psicosociale perduto e basato sì sul desiderio prepotente di affermazione personale, di una volontà di supremazia sul branco, ma assolutamente senza scopo di lucro, senza secondi fini, senza sfruttamento economico del proprio ascendente sul rione.

Tolto l’elemento di violenza fisica, elemento comunque centrale (motivo per cui ho preliminarmente definito forzato il paragone) nella disputa bullesca, vorrei soffermarmi sul fatto che il bullo non riscuoteva tangenti per proteggere i deboli e tutti gli abitanti del rione e perciò non veniva considerato un prepotente, ma un coraggioso, un “omo de panza”. Nella psicologia del rione, che era una psicologia di gruppo in cui sempre veniva fuori il leader, il capopopolo era “er più”.

Posto che i rioni del tempo sono paragonabili per molti aspetti alle periferie odierne, dove l’identità territoriale è ben marcata e la globalizzazione viene subita, e considerando che le dispute bullesche erano anche oratorie o mangerecce, possiamo romanticamente azzardare di aver assistito ad un coraggioso confronto tra bulli dello stesso rione, in cui l’unica vincitrice è stata la speranza che un amore sincero e disinteressato per questa città (come quello di Simone) possa attecchire nei cuori digitali dei Romani di domani.

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