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L’addio di Branciaroli a Ponte Milvio: 'na preghiera pe' Roma sparita…

L’addio di Branciaroli a Ponte Milvio: 'na preghiera pe' Roma sparita…

“Ponte Mollo, non senti più le rote de 'n caretto…” cantava Lando Fiorini, e con lui intere generazioni di nonni e genitori (e noi pochi superstiti). Siamo in un mondo globalizzato, sveglia! Apri Spotify, Branciaroli si trasferisce. Da Ponte Milvio a Saxa Rubra. Un duro colpo solo per i passatisti, quelli de “Na preghiera pe’ Roma sparita”, quelli affezionati ai ricordi e a tempi che non torneranno? Non direi.

Quando una attività storica legata ad uno specifico territorio chiude o – come in questo caso – si trasferisce, la perdita è sociale, è identitaria, è collettiva. Non si perde solo uno storico alimentari divenuto riferimento spazio temporale, un senso di familiarità, un insieme di liturgie e consuetudini, uno copione collaudato di battute, di botta e risposta coloriti e variopinti, no, no, non perdiamo solo questo. Perdiamo il contatto con il reale.

 “Cos’è una vibrazione?” chiedeva Jep Gambardella all’artista che dichiarava di vivere di vibrazioni non sapendo definirle. E la reazione isterica dell’artista dovrebbe essere ciò che proviamo noi dinanzi alla risposta che daremo. La vibrazione è una attività storica locale che abbassa le serrande e se ne va. È il respiro di un senso, la sfocatura, l’imperfezione, il mistero del reale che si intreccia al quotidiano.

Branciaroli va via e guarda caso verrà sostituito da un locale che fa sushi brasiliano. Un tipo di “esperienza” patinata, standardizzata. Che deve per forza divertire ed intrattenere prima ancora di fornire un servizio. Auguri comunque.

Per fortuna l’alimentari non chiuderà, ma si trasferirà come detto in periferia, a Saxa Rubra. Risponderà a dei bisogni di beni e servizi da parte di una parte di popolazione che vive ancora di familiarità. Quel che erano i rioni popolari di un tempo, quella vibrazione, la ritroviamo per fortuna -  e nonostante tutte le difficoltà del caso - nelle nostre periferie. È la gentrification bellezza.

Di queste tematiche si occupa da tempo Irene Ranaldi, sociologa urbana che insegna e scrive libri molto interessanti. Le abbiamo chiesto un commento sulla vicenda: "Queste dinamiche avvengono ovunque, grandi città, ma anche piccoli e medi centri: pensiamo all’esplosione dei brand 'Salento' in Puglia e 'Matera' in Basilicata”. Nel caso di Roma abbiamo un centro storico che è un simulacro di ciò che è stato ed è praticamente spopolato (in 22 rioni troviamo 150mila residenti più quelli temporanei degli airbnb)".

“Una delle caratteristiche tipiche di una città -  continua la sociologa – è la costituzione di una rete sociale, fatta di persone, vissuti, relazioni, che si organizzano in associazioni e comitati di quartiere, tutte realtà di cui soprattutto le periferie si nutrono”.

Ma si può fare qualcosa per tutelare queste attività storiche? “Da figlia di artigiani che da 31 anni resistono in un rione storico restaurando bambole e molto altro -  le parole della Ranaldi – sono molto sensibile al tema. Mi addolora vedere strade simbolo dell’arte e dell’artigianato come via dei Coronari o il Tridente ridotte ad ospitare birrerie, pinserie e negozi di paccottiglie dozzinali. Si può fare ben poco, dopo la legge Bersani sulla liberalizzazioni delle licenze. L’unica cosa che concretamente le amministrazioni potrebbero fare è istituire borse di studi o premi e finanziare ricerche per documentare le tradizioni romane, in questo caso legate all’artigianato”.

Na preghiera pe’ er Comune sparito me metto a cantà...

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