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Finnegan lee elder

"Era molto robusto. L'ho colpito finché non ha mollato la presa"

"Era molto robusto. L'ho colpito finché non ha mollato la presa."

Si era spaventato dalla sua stazza. Per questo il 20enne Finnegan Lee Elder riferisce di aver sferrato 11 coltellate al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. «Colpevole», quindi, di essere un ragazzone robusto. Le giustificazioni rese nell'interrogatorio del 26 luglio scorso, nell'immediatezza del fermo, dal giovane statunitense con i capelli mesciati di viola, fanno acqua da tutte le parti. Elder sostiene di essere stato gettato a terra da Cerciello e che quest'ultimo abbia provato a strangolarlo con le mani. Peccato che non siano stati trovati segni di strangolamento sul suo corpo, né altre ferite. Il 20enne ammette che il militare (che lui dice di non aver riconosciuto come tale) non aveva estratto la pistola (anche perché non ce l'aveva con sé). Ma spiega che - essendo stato «immobilizzato con le ginocchia e percependo una compromissione al collo» - aveva deciso di colpirlo con il coltello finché Cerciello non aveva lasciato la presa.
Ecco le risposte di Elder alle domande dei pm Nunzia D'Elia e Maria Sabina Calabretta, nell'unico interrogatorio reso finora.
«Io e il mio amico eravamo in hotel. Abbiamo deciso di raggiungere Trastevere, il mio amico Cristian Natale Hjorth voleva comprare della cocaina. Abbiamo seguito un ragazzo che sembrava fosse un venditore, sino ad arrivare in un parco, quando abbiamo raggiunto questa persona ci è stato detto di aspettare lì. Questa persona era bassa, robusta e molto abbronzata e aveva lo stesso tatuaggio al mento e al braccio sinistro, mi sembra che si chiamasse Sergio (Brugiatelli, ndr)».
«Io sono rimasto fermo con accanto la borsa di questo Sergio, mentre il mio amico si è allontanato con lui, andando verso alcune persone: circa dieci. Dopo alcuni minuti si è avvicinato di corsa il mio amico da solo, dicendomi che era stato rapinato da alcune persone che si spacciavano per poliziotti».

«Sentito quanto mi aveva riferito il mio amico, gli ho detto di tenerci lo zaino che aveva lasciato Sergio e quindi siamo tornati verso l'hotel, prendendo un taxi. Abbiamo aperto lo zaino e abbiamo capito che quel tale che ho descritto, cioè Sergio, lo avrebbe voluto indietro. Io ho visto anche il cellulare all'interno dello zaino e dei documenti, cibo e sigarette. Il mio amico Natale Hjorth, che parla italiano, ha organizzato l'incontro con Sergio. Mi ricordo di aver sentito il telefonino che squillava e il mio amico che parlava italiano. Preciso che io volevo dormire mentre il mio amico voleva uscire per comprare la cocaina. Il nostro stato era brillo poiché non avevamo bevuto molto: solo una birra e un piccolo bicchiere di super alcolico. Io ho preso solamente le mie medicine: lo Xanax nel pomeriggio».

«Il mio amico si è messo d'accordo con questa persona, nel senso che noi avremmo restituito lo zaino e questa persona ci avrebbe dato 80 euro e un grammo di cocaina. Quando il mio amico mi ha detto che sarebbe uscito per incontrarlo, benché avessi sonno, mi sono preoccupato per lui e ho deciso di accompagnarlo. In quel momento ho preso il coltello».

«Quando siamo arrivati nel luogo dell'appuntamento, pensavo di vedere Sergio, ma invece ho visto due uomini che guardavano in direzioni opposte mentre parlavano tra di loro, sembravano due turisti. Siamo stati aggrediti non appena sono arrivati vicino a noi e loro non ci hanno detto nulla. Uno dei due uomini mi ha preso e gettato a terra e poi con le mani ha cercato di strangolarmi. A quel punto ho estratto il coltello perché pensavo che fossero stati mandati da Sergio per recuperare lo zaino e che avessero cattive intenzioni (perché non pensavo che Sergio avesse potuto ottenere l'aiuto di poliziotti) e gli ho dato il primo fendente, ma questo ragazzo non si fermava e quindi ho continuato a colpirlo finché non ho sentito mollare la presa al collo e quindi sono scappato».

«Mentre mi teneva fermo non ha mai estratto la pistola, ma mi sono molto spaventato perché era di corporatura robusta. Mi immobilizzava con le ginocchia e sovrastandomi mi colpiva ripetutamente ed ho percepito questa situazione di compressione al collo».

«Mentre si avvicinavano a noi, parlavano tra di loro in italiano senza affermare che fossero poliziotti».

«Ho continuato a colpire con il coltello la persona che mi aveva fermato sino a quando ha lasciato la presa sul mio corpo e io sono riuscito a fuggire. Il mio amico nel frattempo stava lottando con l'altro ragazzo: debbo anche dire che quando ho cominciato a colpire quell'uomo, lui ha urlato e il mio amico e l'altro ragazzo si sono resi conto che io l'avevo ferito e quindi era successo qualcosa di brutto».

«Se io avessi saputo che si trattava di un poliziotto mi sarei fermato, non l'avrei fatto. In America quando un poliziotto ti ferma, la prima cosa che fa è esibire il tesserino».

«Eravamo troppo spaventati e quindi siamo scappati. Recandoci direttamente in hotel, che si trovava a un isolato dal punto in cui è avvenuta la colluttazione. Quando siamo arrivati in stanza ho cercato di dormire».

«Il coltello è stato nascosto, dal mio amico, appena entrati in corrispondenza della porta, all'interno del controsoffitto. Io ho pulito il coltello nel lavandino del bagno mentre il mio amico ha trovato il posto di nasconderlo».

«La borsa di Sergio che avevamo preso è stata nascosta a un paio di isolati dall'albergo all'interno di un cespuglio, andando a sinistra dopo l'albergo a circa 100 metri. La borsa era grigia e di medie dimensioni. Il mio amico mi ha riferito che il telefono di Sergio gli è caduto mentre avveniva la colluttazione».

«Quando ci siamo allontanati abbiamo udito l'arrivo delle ambulanze. Solo dopo essere arrivato in hotel, ma avevo troppa paura e quindi non sono riuscito a tornare indietro».

«Il coltello è stato portato direttamente dall'America. Si tratta di un coltello in dotazione alla marina e di circa 15/16 centimetri. Il mio amico aveva anche lui un coltello, ma molto più piccolo. Non sono sicuro che lo avesse portato con lui quando siamo andati all'appuntamento, né se anche lui lo avesse portato dagli Stati Uniti».

«Ho avvisato la mia ragazza in America quando ho raggiunto l'hotel, mentre invece quando sono arrivato in caserma ho chiamato mia madre».

«Ho crisi di panico da circa due anni. Ho provato la cocaina quando ero giovane, mentre in California ho fumato delle sostanze, solo erba". 

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